Viaggio nel cervello tra sogno e premonizione

Il sogno come percorso logico

Conosciamo da tempo il significato del sogno: esso è un tentativo del cervello di giustificare con la logica, e attingendo alla memoria, qualsiasi stimolo cui esso sia sottoposto durante il sonno. Sappiamo che il cervello è un organismo programmato dalla selezione naturale perché trovi una struttura sensata (per noi) all’interno del caos. Questo è il principale motivo per cui possiamo definirci «intelligenti»: i fisici guardano alcune formule sulla lavagna e, per astrazione, capiscono la struttura logica dell’intero sistema.

Se vi concentrate davanti allo schermo di un vecchio televisore che non riceve alcun segnale (avete presente tutti quei puntini bianchi e neri che si muovono casualmente come nel film Poltergeist?), e decidete di rilevarvi le forme di qualsiasi oggetto v’immaginiate, finite per aver l’impressione di vederlo: se immaginate una bicicletta, provate l’impressione di vederla (attenzione: non la vedrete, sarà solo un’illusione psichica).

Allo stesso modo, se ascoltate del rumore bianco (cioè un suono che possiede tutte le frequenze dello spettro acustico, come un fruscio costante) e vi concentrate in esso, potete rilevare ogni suono o musica cui il vostro cervello stia pensando. E questo è, fra l’altro, il motivo per cui si canta o fischietta una canzoncina molto più facilmente sotto la doccia che nel silenzio: il rumore dell’acqua che scorre offre al cervello un caos di frequenze che gli permette di trasformare la memoria del brano scelto, nella sensazione a volte molto vivida di “sentirlo” realmente nelle proprie orecchie, così che ci è facile riprodurlo, “cantarci sopra”.

Si noti che questo fenomeno non è proprio solo del cervello umano: se avete un canarino, noterete quanto volentieri esso canti quando vi fate la barba col rasoio elettrico o se lasciate scorrere l’acqua. Inoltre non funziona solo con la vista o l’udito, bensì con ogni senso (olfatto, tatto, temperatura, paura eccetera): concentrandoci adeguatamente possiamo “sentire” un odore, provare la sensazione d’essere toccati in un punto del corpo eccetera.

Ora, è chiaro che la selezione naturale ha fatto sì che il cervello sviluppasse la capacità di trovare l’ordine nel caos per mera sopravvivenza: gli individui in cui questa caratteristica era più evoluta sono sopravvissuti e si sono riprodotti più facilmente di quelli che l’avevano meno sviluppata, trasmettendo e rafforzando questo tratto di generazione in generazione.

Benché la funzione del sogno non si sia ancora chiarita pienamente, essa non appare in contraddizione con l’attività che ho appena descritto. Se durante il sonno REM percepiamo un odore, un suono, una luce, il cervello immediatamente cercherà la struttura nel caos, tentando di “spiegare” con la “logica” perché si sia vissuta quella sensazione. Così s’instaurerà il sogno, che ci farà vivere un aneddoto che spieghi quella percezione, attingendo alla memoria (le situazioni non si possono inventare dal nulla: se non ho mai visto un ornitorinco né ne ho mai sentito parlare, non potrò mai sognarlo).

Attenzione: “logica” tra virgolette perché il sogno non è necessariamente logico in senso stretto: esso vuole semplicemente spiegare quella sensazione con quell‘aneddoto memorizzato. Poiché nel sonno siamo bombardati da innumerevoli sensazioni (suoni, luci, odori, tatto) anche autoprodotte (si pensi alla palpitazione di un occhio, a un tic, al lenzuolo che ci sollecita una parte del corpo o semplicemente alla casualità degli impulsi elettrici nel nostro cervello), ogni sensazione si sovrapporrà alle altre e il cervello produrrà un episodio quanto più “logico” possibile in termini di singola sensazione (= in modo coerente con ognuna di esse), ma – a livello aggregato – distante dalla logica (= sensatezza) come la intendiamo normalmente. Quindi i sogni “strani” sono più la regola che l’eccezione e non rivelano di per sé alcuna patologia della psiche.

Ora supponiamo di aver vissuto un episodio in cui un cane che abbaiava attraversando la strada sia stato travolto. Se durante il nostro sonno un cane abbaia per strada, è possibile che il cervello attinga a quell’episodio e noi sogniamo qualcosa di simile a esso. Magari l’evento è sepolto nella nostra memoria, l’abbiamo vissuto a sette anni e non riaffiorerebbe mai a livello conscio, ma il latrato riattiva comunque quella zona del cervello e noi viviamo il sogno.

Come spesso scrivo ne «la Catena di Elettra», i bambini iniziano la loro vita comunicando per emozioni e, negli anni, sviluppano quelle che noi chiamiamo «capacità logico-razionali»: così nasceranno comunicando un disagio col pianto e, più avanti, saranno in grado di descrivere a parole il motivo della sofferenza.

Così se abbiamo vissuto un evento intenso quando eravamo troppo piccoli per strutturare l’informazione ricevuta, l’episodio sarà restato memorizzato sotto forma di emozione. Per esempio, se eravamo nel passeggino a sei mesi con la mamma e un cane ci ha aggrediti, ci sarà rimasta memorizzata la paura che – per empatia – lo spavento della mamma ci avrà trasmesso. Se quindi percepiremo durante il sonno un latrato simile a quello dell’episodio, è possibile che il nostro cervello riproponga l’evento non come episodio strutturato (cioè sognando il cane, il passeggino eccetera perché allora non eravamo in grado di concepire il concetto di cane, passeggino eccetera se non come «emozioni» prodotte dalle forme, dai colori, dalle sensazioni tattili, dagli odori), bensì come accesso d’angoscia, di paura oscura; ecco quindi spiegati gli incubi senza un ricordo specifico, composti solo di emozioni terribili. Alcuni scienziati suggeriscono che il sogno ricorrente di cadere nel vuoto si ricondurrebbe alla memoria del parto: quanto di più probabile, alla luce di queste osservazioni. Chissà poi quali sogni strani di pure emozioni si ricollegano a quando eravamo solo un feto di 7-8 mesi…

Io che ho vissuto l’incubo del terremoto – e per me è un trauma d’infanzia mai completamente risolto – vivo spessissimo sogni straordinari di terremoti grandiosi e interminabili quando dormo in aereo durante una fase di turbolenze. Se poi sono a letto con un’altra persona, è sufficiente che ella si giri per innescarmi il sogno di un terremoto, talvolta molto lungo; ciò avviene anche quando dormo sul lato sinistro, quello in cui il battito cardiaco muove l’intero corpo in modo più percepibile.

Chi ha l’abitudine del sonnellino pomeridiano racconta spesso di sogni particolarmente intensi e complessi durante questo periodo della giornata. A me pare del tutto logico: di pomeriggio siamo “bombardati” da suoni e luci variabili molto più frequentemente che nelle ore notturne; il nostro cervello è più sollecitato e quindi produce sogni più “strani”.

Alcuni psicologi ritengono, evidentemente a ragione, che analizzare i sogni dei propri pazienti serva a scavare nell’inconscio e quindi a portare alla luce traumi e situazioni pregresse che condizionano in modo negativo la loro vita. Poiché il sogno è il tentativo di spiegare logicamente una sensazione basandosi sulla memoria, analizzare il sogno permette di capire che cos’è memorizzato nella nostra mente. Dirò di più: con opportuni esperimenti controllati (ad esempio sottoponendo il dormiente a sensazioni tattili, suoni, luci, odori predeterminati) ritengo che sia possibile persino comprendere il meccanismo con cui la nostra mente collega una sensazione a una memoria.

Sigmund Freud scrisse molto sull’interpretazione dei sogni: egli analizzò in un modo che oggi definiremmo un po’ fantasioso – ma che all’epoca era rivoluzionario – il contenuto simbolico del sogno. Oggi invece sappiamo che esistono meccanismi precisi, quasi deterministici (al netto della casualità intrinseca della comunicazione elettrica nel nostro cervello) di associazione memoria-sogno.

 

Il cervello, ovvero la più perfetta macchina del tempo

Fin qui tutto relativamente “normale”, noto. Ora passiamo a un’osservazione personale, alla chiave di questo lungo articolo: vi prego di seguirmi con attenzione perché non sarà un percorso semplice.

Se il sogno è il tentativo di giustificare una sensazione esterna (o autoprodotta) con un episodio che faccia riferimento alla nostra memoria, al nostro vissuto, allora vuol dire che il cervello è in grado di memorizzare a posteriori episodi che noi abbiamo la certezza che siano accaduti prima.

È un concetto immerso nella filosofia e richiede uno sforzo d’astrazione perché si comprenda appieno. Faccio un esempio. È notte; un cane abbaia. Ciò attiva in noi il sogno (basato su un ricordo antico) di un cane che ci si avvicina e abbaia. Attenzione: “che ci si avvicina” è una proposizione essenziale. Se noi, indotti dal latrato, sogniamo il cane “che ci si avvicina” e abbaia, la parte antecedente al latrato la ricordiamo come precedente alla sensazione uditiva che ha prodotto il sogno. Ma com’è possibile? Come abbiamo fatto noi a sognare che il cane ci si avvicinasse prima che esso abbaiasse?

L’unica spiegazione possibile è che il cervello memorizzi l’aneddoto – ovviamente – dopo la sensazione che l’ha generato (prima non sarebbe fisicamente possibile), ma lo faccia in modo per cui noi crediamo che esso sia avvenuto prima; cioè, in pratica, il cervello ci imprime dopo una memoria – ovviamente falsa – di qualcosa che sarebbe avvenuto prima (e noi restiamo convinti dell’anteriorità dell’evento perché questo – e in questa sequenza – il cervello ha memorizzato).

Espongo un altro esempio più “fisico” perché mi rendo conto che non sia semplice comprendere questo concetto – che però è basilare per comprendere il resto.

Fatto: alle 4:30:00 di mattina un cane abbaia. Il nostro cervello, diciamo in una manciata di secondi, correla il suono percepito con la memoria ed “estrae” l’episodio giustificativo. Noi dalle 4:30:00 alle 4:30:05 vivremo fisicamente il sogno del cane che ci si avvicina e abbaia; fra l’altro sappiamo anche che si sogna per pochi secondi, anche se l’episodio sognato sembra durare decine di minuti o ore, quindi già da questo fatto dovremmo capire che il cervello c’inganna sulla percezione del tempo durante il sonno.

Se noi ci svegliamo proprio alle 4:30:10, ricorderemo chiaramente il sogno del cane che “ci si avvicina” e abbaia. Tuttavia, poiché il latrato non potrà che essere stato sognato quando si è percepito, cioè alle 4:30:00, ciò significa che il “ci si avvicina” sarà rimasto memorizzato prima di quell’ora; diciamo che se nel sogno ricordiamo che il cane ci si è avvicinato in dieci secondi, quest’azione è rimasta memorizzata come se fosse cominciata alle 4:29:50. Se pensate ad alcuni dei vostri sogni più vividi, dopo ciò che ho scritto sarete probabilmente in grado d’identificate il fattore scatenante (es. un suono, un odore, una sensazione tattile) e ricorderete anche perfettamente che qualcosa è avvenuto anche prima del fattore scatenante: cosa che, dal punto di vista fisico, è paradossale…

Ho avuto la certezza della validità di quest’osservazione dopo un episodio molto particolare. Dormivo e ricordo di aver sognato che stavo guidando su un tratto d’autostrada che conosco e dov’è presente un radar fra le carreggiate; il passeggero a fianco, di cui non ricordo l’identità ma solo che era un uomo, forse un amico o più propriamente un collega, a un certo punto mi avverte: «Attenzione, ricordati che lì c’è un radar!» Faccio appena in tempo a volgere lo sguardo verso il centro della carreggiata e FLASH! FLASH! FLASH! tre lampi immortalano la mia auto. In quel momento suona la sveglia e abbandono il sonno, rendendomi presto conto che il telefono sul comodino stava lampeggiando per la sveglia mattutina.

Esso infatti è programmato con una funzione d’accessibilità (“LED Flash per avvisi”) che fa sì che il telefono lampeggi in presenza di avvisi. Configurato in questo modo, il telefono emette tre flash prima che la sveglia cominci a suonare.

È quindi chiaro che tutto l’episodio che ha giustificato i tre lampi (guidare sull’autostrada e l’avviso del collega) sia – nel sogno – precedente ai tre lampi, ma siccome è impossibile che il cervello abbia intuito da sé che la sveglia sarebbe suonata, è chiaro che la memorizzazione del sogno è avvenuta sì dopo i lampi, ma in modo da farmi credere che tutto sia realmente avvenuto prima di essi.

 

Pareva paranormale ma non lo era

Tutto ciò non è una considerazione da poco e potrebbe spiegarci molto bene, e con certezza scientifica, certi fenomeni che taluni hanno sempre ritenuto paranormali, come ad esempio le premonizioni.

Come vi ho raccontato, rimasi traumatizzato da un terremoto, in particolare quello del Friuli del 1976. Dopo quell’episodio, che vissi a Milano il 6 maggio e sul posto l’11 settembre, passai una considerevole parte della mia infanzia, adolescenza e anche vita da adulto terrorizzato da qualunque minimo movimento tellurico e a Milano, città non sismica ma circondata da zone attive, gli eventi (quindi le paure) si sprecavano.

Ne ho in mente uno in particolare, credo con epicentro a Parma, in cui per almeno 4-5 minuti prima dell’evento ricordo di avere provato la sensazione che si sarebbe scatenato un terremoto; poi l’evento avvenne realmente e fu l’episodio che più mi spaventò dopo quelli del 1976. Ricordo vagamente altri 1-2 episodi simili.

Alla luce di quanto scritto sopra, e ovviamente non credendo a premonizioni, capacità paranormali o possibilità che io abbia percepito lo stress finale delle rocce a così grande distanza, non posso che immaginare che il ricordo della premonizione sia una falsa memoria stampata dal mio cervello dopo il terremoto, con lo scopo di dare una giustificazione logica all’evento – direi meglio: una spiegazione che non mi facesse impazzire – prima che esso avvenisse.

La stessa osservazione può quindi spiegare i fenomeni di premonizione raccontati non da mitomani, bensì da persone sul cui equilibrio psichico non abbiamo (altro) motivo di dubitare. «A New York ho sognato che mia nonna veniva a salutarmi e poi il giorno dopo mi hanno telefonato che era morta nella notte.» In realtà, evidentemente, la nonna costituiva un riferimento di base al punto tale che lo choc della notizia della morte ha indotto il cervello a memorizzare dopo la notizia tutta una storia che, in un certo senso, avrebbe reso l’evento più accettabile; ad esempio, se siamo stati educati fin da piccoli sul fatto che l’anima sopravvive, tendiamo a considerare un fenomeno apparentemente paranormale come dimostrativo del fatto che esiste un aldilà (un luogo da cui la nonna “ci comunica nel sogno che sta morendo”) e tale conferma, pur finta, è tuttavia “rassicurante” per il nostro cervello: così noi non rischiamo d’impazzire.

Insomma tutto questo sarebbe un meccanismo di autodifesa: il cervello trova da sé una giustificazione a un evento che ritiene inaccettabile perché così non impazzisce. Incredibile come la selezione naturale sia giunta a configurare la nostra sopravvivenza fin nei minimi dettagli…

Tutto ciò ovviamente spiega anche altri fenomeni riportati da persone irreprensibili, come la morte apparente o temporanea, o ancora la memoria d’un incidente in cui la vittima ricorda senza dubbio di aver “visto” il tempo dilatarsi al punto da riuscire a descrivere la serie d’azioni rapidissime e istintive che le hanno permesso di salvarsi, ma come se esse fossero avvenute in modo estremamente lento e scandito: tutte false memorie impresse dalla mente nella mente con un tempo irreale e con l’unico scopo di trovare una logica nel caos.

 

Everybody lies

Tutto questo discorso è ovviamente un po’ inquietante: il nostro cervello mente, ci mente; lo fa per il nostro bene, ma mente. Non memorizza le azioni e gli episodi come realmente si svolgono, ma, specie quelli traumatici, si ricordano in modo estremamente distorto. Quante volte eravamo certi che quel campanile fosse a sinistra e invece l’abbiamo ritrovato a destra? Eravamo sicuri che il passaggio di un libro fosse riportato in un dato modo e dieci anni dopo scopriamo che non solo non è scritto così, ma addirittura il significato è opposto a quello che ricordavamo. La nostra memoria è labile e poco affidabile; tutto ciò è molto probabilmente un meccanismo di difesa, ma dobbiamo considerarlo e ora capiamo anche l’importanza di tenere un diario, di scrivere ciò che vogliamo ricordare per sempre, della fotografia, dei ricordi davvero indelebili.

 

Addendum: e le sensazioni distortissime?

Oltre a questo lungo discorso che riterrei interessante da approfondire in termini scientifici, vorrei segnalare un altro inganno del cervello durante il sonno: avete notato che, in situazioni non ideali per il sonno (ad esempio in treno o in aereo), in certi momenti fra il sonno e la veglia abbiamo la sensazione che il cervello filtri solo alcune frequenze acustiche? Che il suono di un aereo in quota diventi quello di un fastidioso motorino, tipo i Ciao smarmittati degli anni ’80? Poi ci svegliamo e il suono torna quel rumore quasi bianco che chi vola conosce bene. Oppure in treno passa il carrellino del bar e chissà perché il suono di una ruota un po’ sconnessa diventa acutissimo ed estremamente intenso; poi ci svegliamo ed è solo un leggerissimo tic-tic-tic che si confonde nel rumore del treno. Misteri della mente…

 

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Ultima chiamata

AMICI, PER FAVORE STUDIATE ATTENTAMENTE QUESTO TESTO.

Il grafico viene dalla Banca Centrale Europea ed è aggiornato a 14 giorni fa.


Esso ci racconta un fatto che la scienza economica conosce da tempo: in un’unione monetaria (quale l’eurozona è), i Paesi che mantengono l’inflazione più bassa finiscono per “succhiare” ogni risorsa dagli altri, impoverendoli. In particolare, il grafico mostra i saldi fra debitori (noi) e creditori (la Germania) nell’eurozona.

Il meccanismo per cui ciò avviene è scientificamente spiegato, non ammette eccezioni e, se volete, un giorno ve lo dimostro. Oppure potete studiare qui.

La Germania mantiene storicamente livelli bassissimi d’inflazione imponendo una politica di moderazione dei salari, malgrado l’aumento della produttività; in pratica, secondo la scienza economica, paga sempre meno i propri lavoratori. Questo essa fa in barba a ogni trattato internazionale e incurante degli squilibri che sta generando, ormai a livello globale (è finita anche nel mirino degli USA).

Perché la Germania odi l’inflazione è presto detto: è un Paese creditore e non vuole vedersi restituire soldi svalutati; per questo ha voluto rinunciare al marco, imponendoci l’euro. In pratica ci ha messo un cappio al collo.

Nell’eurozona, come avevamo avvertito, ogni tentativo di timida ripresa si traduce automaticamente in un credito a favore della Germania (come il grafico qui sopra dimostra) perché i loro prodotti costano sempre meno rispetto ai nostri e gli italiani sono sempre più invogliati a comprarli, impoverendosi. Chiaramente, quello tedesco è un atteggiamento suicida perché prima o poi i nostri soldi finiscono; presto, per veder onorati i crediti, arriveranno a imporci la vendita di tutto il nostro patrimonio: gli immobili, le spiagge, i monumenti…

Vi stupite dell’ottusità tedesca? Non dovreste. Oppure ignorate la Storia: la Germania ha già portato l’Europa alla guerra due volte e non esiterà a farlo la terza. E sempre saranno state le élite finanziarie, quelle che fanno capo agli enormi gruppi industriali tedeschi.

Ciò detto, è chiaro che dobbiamo al più presto uscire dall’eurozona, riappropriandoci di una nostra moneta con la quale compensare gli squilibri causati dalle scorrettezze altrui; dovremo anche allontanarci dall’UE, che è chiaramente irriformabile, se non a vantaggio di chi comanda.

Per concludere

Cari amici, se non capite il testo qui sopra, se pensate che Napolitano, Monti, Letta e Renzi abbiano fatto bene al Paese, se pensate di votare SÌ al referendum costituzionale…

…capite bene che quando scoppierà il casino grosso (la guerra), quando i responsabili saranno condotti davanti a una corte marziale, quando non ci sarà più misericordia per chi non ha voluto capire (e alcuni non l’avranno certamente fatto gratis)…

… come ci racconta la Storia, molti saranno invogliati a scovare ogni singolo traditore della Patria, esattamente come i Partigiani fecero coi fascisti.

E io non voglio che tanti miei concittadini si macchino di crimini di guerra.

Il Superstato a progetto e la rumenizzazione

«Non sono un economista ma… sono un project manager [e quindi…]»

Superstato a progetto

Soltanto un project manager (più umanamente capoprogetto) può pensare di scrivere queste righe un po’ folli, un po’ complottistiche, forse pericolosamente vere. Solo un project manager visita e studia, dal punto di vista di struttura e gestione, innumerevoli aziende “moderne” in mano a grossi gruppi finanziari; egli pertanto gode di un osservatorio privilegiato che gli permette d’intuire abbastanza realisticamente come stanno evolvendo la società e l’economia.

Mi spiego. Nell’attuale corsa all’efficientismo assoluto, sostenuta dal liberismo al soldo ideologico (e talvolta finanziario) dell’EFG (= Élite Finanziaria Globale), stiamo evolvendo verso il Superstato a Progetto. Nota bene: le ragioni dell’efficientismo sono da sempre stroncate nella scienza economica sulla base di semplici ragionamenti e comunque, dei liberisti che «Ich habe nur Befehle ausgeführt!», ci occuperemo poi nella prossima Norimberga.

Spieghiamo prima che cosa s’intende per EFG (di cui l’Élite Finanziaria Tedesca = EFT, da non confondersi con «’a Ggermagna», è la metastasi europea). Con tale locuzione indico quel gruppo ristretto d’individui che detengono il controllo di enormi masse di capitale e che influiscono in modo rilevante sull’economia e la politica globale. Parlo di personaggi del mondo occidentale, ma non è escluso che presto si giunga a livello globale, se Russia e Cina cedono – dei Paesi Arabi non parlo perché le loro ambigue frequentazioni statunitensi sono sotto gli occhi di tutti.

Avrete subito pensato a Gates, Buffett e Soros, a chi manovra gli investimenti dei fondi sovrani o pensionistici, ma abbiamo esempi anche di più vicini a noi, almeno geograficamente; per esempio, chi controlla gruppi come Volkswagen, TyssenKrupp, Siemens, oppure le grandi banche europee (vedi TBTF = Too Big To Fail) e così via.

Il Superstato a Progetto è un’economia trasversale globale – o perlomeno occidentale – che, grazie alla progressiva liberalizzazione del movimento dei capitali (ma anche di persone e beni), non fa più capo a un singolo Stato, bensí al “Superstato finanziario”, al grande capitale dell’EFG. In esso, ogni attività di qualsiasi natura (operazione di appendicite compresa), è svolta a progetto; avete presente quella roba, quell’attività che ha un obiettivo, un inizio, una fine, un elenco di deliverables (fa figo chiamarli così, ma si tratta soltanto di banalissimi risultati), un budget (altra meraviglia che se non fossimo provinciali chiameremmo tetto di spesa), un project plan (piano d’azione) che si articola in varie “discipline” o “aree di competenza” (àmbito – o scope, che fa più paninaro – tempi, costi, qualità, rischi eccetera)? Ecco, quello è un progetto.

Le aziende – ma ormai tutta la struttura socioeconomica – si stanno orientando da anni a quest’approccio, così che, ad esempio, è facile prevedere che presto non esisteranno più dipartimenti amministrativi o di risorse umane, ma il tal progetto si occuperà (per ciò che attiene al cost management = gestione dei costi) dell’amministrazione relativa e anche delle risorse necessarie (HR management = gestione delle risorse umane). Scompariranno, insomma, o si ridurranno al minimo tutti quei dipartimenti che oggi ancora svolgono attività di routine, di gestione continuata aziendale (“del day-by-day”, come direbbero gli splendidi). A livello aziendale più alto esisteranno programmi (= gruppi di progetti correlati che puntano a un obiettivo aziendale) e portafogli di progetti e programmi (il cui controllo – facile prevederlo – sarà direttamente in mano all’alta dirigenza aziendale, che nel frattempo non si occuperà più degli stessi compiti di oggi).

Più o meno andrà così. Forse non si userà il gergo qui esposto, se non altro per non conferire troppa importanza a noi frustrati lacchè del biscottino “altamente produttivo” (leggi fortemente competitivo), ma tutto diverrà breve, immediato, schematico, pianificato nei dettagli.

Fico, eh? Direte: be’, questa sì che è efficienza! Già, peccato che ciò implichi una cosuccia da niente. Negli ultimi 18 anni ho vissuto in 19 Paesi e ho gestito 30 progetti (il che significa “vivere” in 30 aziende-clienti più quelle in cui ho formalmente lavorato). Ancor più fico, vero? Ecco, sappiate che un uomo che in 18 anni gira 19 Paesi, 30 progetti e più di 30 aziende è finito, burnt out. Morto. Sepolto.

Ha perso ogni radice e quasi tutte le relazioni di base e per questo ha le crisi d’ansia; non ha una famiglia oppure ne ha molteplici, irraggiungibili, spesso figlie di un improbabile telesperma e disseminate per il Pianeta. Non ha una casa, un villaggio, una città, una provincia, una regione, un fiume, un monte, un prato fiorito a primavera, una strada, un bar con gli amici del posto. QUEL bar. Non ha un solo riferimento psicologico di base. Si sente spersonalizzato, un numero, e oltretutto senza motivazione a vivere, a migliorarsi, perché si rende conto di vivere una situazione senza futuro.

L’uomo è metà ragione e metà emozioni. Indiscutibilmente e inevitabilmente. Come si può pensare di reggere un’esistenza in cui conta solo la prima, mentre le seconde sono considerate una debolezza, un ostacolo, un orpello latinoide? Fa nulla: per loro (l’EFG) conta solo il profitto; e hanno pure ragione, giacché abbiamo concesso loro la prevaricazione dell’economia sulla politica, il «più Europa», l’euro e tutto ciò che costituisce strumento efficace per sottrarre ai cittadini il potere di controllo.

Tornando a me, e quando non potrò più sostenere questo stile di vita, che farò? Pensione? Manco a parlarne: provate voi a unire 18 anni di contributi in 3 Paesi e fra 7 sistemi pensionistici diversi. Forget it. Chi mi manterrà? Mi getterò nell’umido o m’iscriverò ai terroristi?

Sto ovviamente esagerando. A me piace il mio lavoro, mi dà grandi soddisfazioni e altrettante ne concedo alla mia azienda e ai nostri clienti. Ma che cazzo sarà di me? E che cazzo sarà di voi? L’avete mai pensato? Vi sentite bene, sereni, sicuri in questo radioso contesto di privatizzazioni e mobilità? Per cena preferisci un outsourcing, un deskilling o ti accontenti di un outplacement?

Insomma siamo arrivati sorprendentemente all’alienazione del lavoro, di cui argomentava in modo piuttosto concitato uno di passaggio come Karl Marx. Solo che ci siamo giunti passando dalla parte opposta del comunismo: col liberismo condotto all’estremo; il che dovrebbe istillare il tarlo del dubbio su che cosa succede quando ci si muove troppo in una direzione sempre più distante dall’aurea mediocritas. La Terra è rotonda (anche se in economia qualcuno si ostina a sostenere il contrario) e forse non è un caso, no? È strano come viaggiando continuamente verso ovest, si finisca per ritrovarsi a est…

 

Superstato a progetto e macroeconomia

Chi mi segue su Twitter sa che negli ultimi anni mi sono occupato molto di vicende macroeconomiche. La guerra fra keynesiani e liberisti scatenatasi dopo le crisi del 2008 e 2011 si sta articolando sulle macerie di un’economia italiana in disfacimento, un disastro le cui ragioni sono state divulgate in modo sorprendentemente limpido e documentato da Alberto Bagnai su Goofynomics (che, superando il Sole 24 Ore, è divenuto quest’anno il miglior sito italiano di economia al #MIA15); estendendo le considerazioni esposte da Bagnai e propagate a obiettivi scelti in modo chirurgico dall’associazione a/simmetrie cui fa capo, è facile intuire che questo strategia finirà presto per coinvolgere, oltre al Sud Europa, il resto dell’Eurozona e – per effetto domino – l’intero contesto economico globale.

Forse sarebbe ora di cominciare a smetterla, che ne dite?

Purtroppo i liberisti – che poi sono null’altro che i comunisti sovietici col segno meno davanti – stanno vincendo e non c’è da sorprendersi: l’EFG, il cui centro nevralgico è sempre stato negli Stati Uniti, essendo questa LA potenza militare mondiale, ha preso il sopravvento sulla politica americana da Reagan in poi; in un contesto in cui il capitale è libero di muoversi, il cancro della finanza intesa come fonte e obiettivo unici del capitalismo si è diffuso presto anche da noi con una potenza incontrollabile (per le risorse di cui dispone) e incontrollata (perché dormivamo) e ora sta vanificando di fatto il “processo elettorale” (leggi: il tuo voto non conta più un cazzo, come ha spiegato bene Mario Monti). Vediamo ora in sei punti che cosa sta succedendo e perché l’EFG ha bisogno del Superstato a Progetto.

 

Punto 1 – La rumenizzazione della famiglia

Secondo le teorie dell’EFG, la massima efficienza si ottiene spezzettando le attività operative aziendali in task, ovvero in microattività che, armonizzate e coordinate in un progetto, conducono al risultato. Per l’élite efficientista, queste attività possono – anzi devono – essere svolte da più persone in modo integrato e ottimizzato, così da ridurre al minimo i tempi morti di ogni risorsa umana (scimmia o cane, vedete voi come chiamarla). Va da sé che una simile organizzazione impone la disponibilità garantita e continuata del personale, che non potrà più quindi godere di lunghi periodi di riposo (leggi: una settimana di ferie). Allo stesso modo, la risorsa dovrà garantire una sorta di ubiquità nel tempo e nello spazio, cioè poter essere ovunque in qualunque momento.

Conseguenza di ciò è l’impossibile coesistenza di un modello di famiglia tradizionale, quello – per intenderci – basato su genitori e figli che condividono lo stesso focolare domestico. Mamma e papà dovranno quindi organizzarsi a mo’ di progetto per la gestione dei figli e questi dovranno abituarsi a passare lunghi periodi senza uno o entrambi i genitori, cioè senza i riferimenti educativi primari.

Credete che stia farneticando? Leggete che cos’avrebbe dichiarato la dottoressa Stefania Giannini (Ministro dell’Istruzione, Scelta Civica) il 4 maggio 2016 in un’intervista pubblicata sull’Huffington Post, poi rimossa:

“Il Paese deve allontanarsi dall’impronta classica che ha permeato per secoli la società e il sistema d’istruzione per avvicinarsi al modello tedesco: più pragmatico, precario e orientato al lavoro. Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti. Flessibilità significa precariato, che non è sinonimo di malessere.”

“[…] la famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno. Le persone, in primis i genitori, si devono poter spostare individualmente e per questo il nucleo familiare non avrà più la funzione di stabilità sociale che ha avuto per la mia generazione.”

Il testo qui sopra è poi stato rettificato con una nota del Ministero, ma sul Corriere del Ticino si riportano gli appunti del giornalista che l’ha intervistata e la sostanza, a mio parere, non cambia; inoltre si legge: “Io stessa, appena avuto il primo figlio, ho lasciato geograficamente casa mia per andare a lavorare lontano, lasciando al padre il compito di occuparsi quotidianamente del bambino. Il mio è stato un comportamento atipico per quel tempo, ma dovrà rientrare nella normalità in futuro, perché anche le donne devono potersi spostare.”

Costatiamo quindi che una ministra linguista e glottologa getta al macero anni di ricerche sulla psicologia dell’età evolutiva (1). Probabilmente la signora si farà anche curare i denti da un giurista e si rivolgerà al sismologo per questioni legali!

I corsivi sono miei e aiutano a percepire più nitidamente l’approccio paternalistico e TINA (There Is No Alternative) che permea queste parole, a mio parere malate. L’assenza d’alternativa e le decisioni che cadono dall’alto caratterizzano Votre opinionle dittature e dichiarazioni come queste dovrebbero far squillare nelle nostre teste ben più di un campanello d’allarme sulla piega che la situazione sta prendendo.

Del resto, il dottor Filippo Taddei, che è il responsabile per la politica economica del Partito Democratico, non aveva forse riassunto in uno slogan che bisogna tassare ciò che è immobile per favorire ciò che è mobile?

L’alternativa esiste eccome e si persegue con la politica; noi non dobbiamo proprio nulla, egregi Signori: le Vostre opinioni rimangono le Vostre opinioni, non un nostro dovere.

E ora spieghiamo che cos’è la rumenizzazione della famiglia con esempi più pratici.

Marius, tredici anni, ha un padre e una madre che non lesinano ogni forma di violenza: verbale, psicologica e fisica; la madre vive in Francia e il padre cresce il figlio da solo; Marius è obeso perché il padre non gli dava da mangiare e ora arraffa tutto ciò che può come un criceto; inoltre si procura periodicamente lesioni perché si sente responsabile della situazione famigliare.

Alina, tredici anni, ha il padre in galera perché ha ucciso due persone; la madre è alcolizzata; vive a turno coi nonni, con gli zii e con altri parenti e amici, in un ciclo interminabile di scarico di responsabilità. È ormai una donna in ogni senso, ostentatamente seria e formale: per salutarti s’avvicina e ti stringe la mano senza sorridere. L’infanzia? L’adolescenza? Termini senza alcun significato.

Bogdan, quattordici anni, vive con i nonni; il papà fa il camionista in Spagna, la mamma lavora in Germania. Ogni 5-6 mesi, a turno, i genitori tornano a casa. Bogdan è un bel ragazzino, ma ha la testa di un bambino di cinque anni e si lascia coinvolgere in situazioni del tutto inadeguate alla sua età: non ha rispetto né di sé né degli altri e lascia che il destino lo travolga senza alcuna reazione.

I nomi e i contesti sono di fantasia; le storie sono reali. E parlano di ragazzi malati, morti, finiti. Cioè di una società senza speranza. Però la Romania fornisce all’EFG una pletora di risorse umane ubique in termini di spazio e tempo. Fra l’altro, l’emigrazione di massa è il motivo per cui la disoccupazione interna è piuttosto bassa; ma l’EFG ha bisogno di euroschiavi per calmierare l’aspettativa economica di chi produce, ottenendo così maggior remunerazione per i propri capitali, e quindi essa impone in Romania un’economia a forte sfruttamento di lavoro (invece che di capitale); ergo, i salari sono bassi; indovinate se ciò costituisca o meno un forte incentivo all’emigrazione…

Volete questo in Italia? Continuate a votarli.

 

Punto 2 – L’eliminazione del risparmio

Le recenti vicende delle minibanche lasciate in sostanza fallire a spese degli obbligazionisti, gettano un’ombra sinistra sugli obiettivi della strategia in atto: appare sempre più chiaro che si vuole eliminare ogni forma di risparmio privato a favore di un’economia basata sulla circolazione continua del denaro, presupposto per finanziare i progetti nel modo più efficiente possibile (per l’EFG): un flusso costante d’acqua alimenta un mulino meglio di un’alluvione periodica… Nei punti seguenti, quest’affermazione-chiave diverrà più chiara.

 

Punto 3 – L’eliminazione dei patrimoni immobiliari

Le politiche fiscali in atto in tutta l’Europa meridionale (imposte dalla BCE, cioè dall’EFT, longa manus europea dell’EFG) sono sorprendentemente coerenti col punto 2. Esse puntano a rendere il patrimonio privato immobiliare insostenibile ai cittadini.

Tradizionalmente, gli Italiani (ma in generale tutte le popolazioni del Sud Europa) sono sempre stati proprietari di casa, in contrapposizione con il resto d’Europa dove l’affitto è la forma di abitazione più diffusa. Vi sono motivi storici ed economici dietro a questa scelta, ma non voglio discuterli qui, bensì considerare la cosa come un dato di fatto e persino un “carattere identitario” che non si capisce bene cos’abbia di tanto deplorevole, a parte il rovinare i sogni dei liberisti che vorrebbero un mondo di schiavi pronti a spostarsi, con o senza famiglia, al termine d’ogni progetto, senza troppi vincoli di territorio.

Inoltre la casa di proprietà non produce reddito (all’EFG).

L’immobile è sempre stato parte della famiglia italiana, anche quando questa non aveva liquidità; era l’unico modo per garantire a sé e ai propri cari un tetto sicuro in qualsiasi situazione: se la famiglia fosse rimasta senza reddito, non avrebbe rischiato di perdere facilmente la prima casa perché le leggi sono sempre state piuttosto restrittive in materia di confisca ed è sempre stato possibile ridurre le spese correnti al minimo, considerando che quelle indotte dal possesso della casa potevano essere rese irrisorie (niente tasse e se un intervento si fosse reso necessario, lo si sarebbe potuto posticipare senza grosse conseguenze).

Oggi il patrimonio di molte famiglie sta sbilanciandosi ancor più significativamente verso gli immobili, semplicemente perché la gente – non solo i disoccupati – sta dando fondo ai risparmi più liquidi per sostenere i consumi. E qualcuno di voi sa bene dove si finisce quando si comincia a usare un attivo di lungo termine (il risparmio) per coprire un passivo a breve (la spesa al supermercato o la TASI)…

L’elevata tassazione sugli immobili, unita a un ingiustificabile crescendo degli obblighi di messa in regola (caldaie, impianti, coibentazione, strutture eccetera – nota bene – obblighi di origine UE <= EFT <= EFG, volti a contribuire al cash flow di cui discuto al punto 5) non costituisce solo un incentivo a rifugiarsi in altre forme di risparmio (che peraltro non esisteranno più, come enunciato nel punto 2), bensì una vera e propria pressione insostenibile a disfarsi rapidamente degli immobili per evitarne le tasse e le spese, affrancandosi così dal rischio di vedersi confiscare la casa dall’oggi al domani, senza oltretutto ottenere alcun beneficio perché nel frattempo i prezzi saranno crollati, la messa all’asta avrà prodotto una liquidità risibile, al punto che i cittadini non saranno nemmeno in grado di usare tale somma per pagare le multe (per non aver messo in regola l’immobile) ed estinguere i debiti col fisco.

Al termine di questo discorso un po’ complicato, penso di poter affermare che ci stiamo muovendo verso una forma di abitazione che sarà intermediata da qualcosa, o meglio qualcuno, su cui nessun cittadino potrà esercitare controllo (perché emanazione del Superstato); per esempio, dai fondi immobiliari internazionali: se tu proprietario non sei più in grado di far fronte ai tuoi impegni, io fondo ti acquisto la casa per due soldi (quelli, e solo quelli, che ti servono per saldare i debiti) e ti garantisco, previo pagamento di un affitto irrisorio, la possibilità di restare in casa tua fino alla tua dipartita; nel frattempo, tu o i tuoi eredi potranno riscattare l’edificio, ma con quali soldi e a prezzo e condizioni decisi da chi, è facile immaginare…

 

Punto 4 – L’eliminazione del contante

In perfetta coerenza con i punti 2 e 3 si vocifera in modo sempre più insistente di eliminazione del contante. È vero che ciò costituirebbe una (temporanea) legnata nei denti a faccendieri, cartelli della droga, mafia eccetera, ma questi troverebbero presto altre vie per le transazioni, come lo scambio di beni, i preziosi o una qualsivoglia forma di moneta parallela; tuttavia, avete pensato alle conseguenze su di voi? Domani avrete sentore che una banca salti, o che la vostra moneta crolli (ma, tanto, presto esisterà una sola moneta unica mondiale), oppure vi troverete a dover lasciare il Paese da profugo (pensate che stia farneticando, vero?) e non potrete nemmeno temporaneamente trasformare il vostro patrimonio in liquidità. Premeranno un pulsante e – CLICK! – non avrete più nulla, non potrete pagare niente, nemmeno il caffè al bar: i vostri soldi saranno scomparsi in uno degli innumerevoli bail-in bancari e vi ritroverete al punto 2.

 

Punto 5 – Economia basata sul cash flow

Tutto ciò premesso, a me pare chiaro che stiamo evolvendo verso un’economia basata sul cash flow (che più sopra chiamavo in modo poco appropriato ma molto attinente «circolazione continua del denaro», e che meno ficamente è il flusso di cassa) e non più sul capitale a disposizione dei cittadini (mentre continuerà a esistere – nell’unica valuta globale, bitcoin aut similia – quello a disposizione dell’EFG).

In parole povere, la necessità dell’EFG di alimentare il Superstato a progetto si tradurrà per noi nello stimolo a produrre incessantemente reddito per vivere, e anche quando avremo raggiunto posizioni ragguardevoli, non potremo mai pensare di scegliere di vivere di rendita (a meno che non siamo nelle grazie dell’EFG), perché non vi saranno capitali disponibili a produrla. Il concetto di “metter via i soldi” per comprarmi quel vestito, quella vacanza, quell’auto, quella casa non esisterà più. Ci saremo tolti un sacco di problemi, vero? Ma allora come potremo vestirci? Semplice, compreremo tutto a debito (che, con le rate, produrrà altro cash flow), quel debito che le banche, con l’avallo della banca centrale indipendente (cioè dipendente dall’EFG) e globale (a questo tendiamo), metteranno sempre a disposizione.

Qualcuno l’avrà già letta in questo modo: loro penseranno al Capex e noi all’Opex. Non plus ultra! Avete capito come funziona la nostra nuova società? E avete capito perché una banca centrale indipendente (cioè svincolata dalla politica, o dal controllo dei cittadini, che è lo stesso) è a essa perfettamente funzionale? Una meraviglia, no? Pensate: vi verranno a dire che la nostra è una società ricca perché gira fluente un’enorme massa monetaria, mentre voi vivrete di merda passando le giornate a chiedervi perché…

 

Punto 6 – Controllo totale del grande capitale sulla politica

Insomma, il processo di “rumenizzazione” (trasformazione nella Romania, cioè in una società di schiavi consapevoli frustrati, di consumatori minimi ma irrinunciabili, con reddito di sussistenza, bassa disoccupazione, inflazione inesistente e vita a debito) cui tante volte ho accennato non è né un delirio né risulta insostenibile.

Non è che saremo senza pane e senza lavoro o reddito; il lavoro lo avremo, guadagneremo l’equivalente di 250-300 euro netti di oggi; con 100 euro pagheremo l’affitto della casa e col resto i prodotti che Sua Maestà il TTIP (capito a cosa serve e perché insistono tanto, pur nel silenzio più carbonaro?) ci metterà a disposizione a prezzi “fortemente competitivi”; il premio per l’assicurazione sanitaria sarà pagato dall’Azienda (con la A maiuscola in quanto archetipo della Mamma che provvede al Tutto) e conferito al fondo privato che farà capo allo stesso polo di EFG; per le spese più significative avremo credito a costi altrettanto competitivi, tanto il rischio-insolvenza non esisterà più perché i tassi saranno a zero e se muori tu, il debito lo ripagheranno – in comode rate – i tuoi figli e nipoti. Avremo anche l’auto – rigorosamente tedesca – perché ci sarà messa gentilmente a disposizione come benefit, insieme con la carta carburante, dall’azienda in cui lavoreremo.

Infine, nei periodi di disoccupazione potremo contare su un reddito minimo garantito che farà dormire all’EFG sonni tranquilli (sai, le rivolte per il pane sono piuttosto rumorose e di sgradevole impatto estetico). Sembra tanto il comunismo sovietico, vero? Curioso come la funzione “estremismo” sia costantemente simmetrica rispetto all’origine…

Voi dite che l’EFG non trarrebbe alcun vantaggio? Ne siete proprio sicuri? Provate a moltiplicare un reddito netto di 3.000-3.500 euro l’anno per 180 milioni di lavoratori europei (fa 540-630 miliardi di euro) e capite bene su che giro di denaro l’EFG potrà contare globalmente. Il resto dell’economia (leggi: la parte di gran lunga più proficua perché prodotta da un forte squilibrio del capitale sul lavoro) lo sosterranno le Aziende negli scambi fra loro (ovvero fra le proprietà dei membri dell’EFG) e con pochi consulenti privilegiati (top manager, esperti irrinunciabili, uomini di fiducia dell’EFG), candidati a far parte dell’EFG. Non sto parlando di nessuno di voi, ovviamente.

Quel giorno, le elezioni (come lo Stato) non saranno più necessarie; oggi l’82% dei voti andrebbero al Partito Unico dell’Euro (il famigerato PUDE, quelli per cui il ritorno alla sovranità monetaria invertirebbe la carica della materia) ed è chiaro che quando in un Paese un partito prende un po’ troppi voti, o siamo in Corea del Nord o il presidente è Kim Jong-un. Continueranno a lasciarci votare, beninteso, proprio come a Pyongyang; ammanteranno il Nuovo Internazismo di un velo d’inoffensivissima pseudodemocrazia, just in case.

A quel punto, il Superstato a progetto avrà rumenizzato il mondo e coinciderà con lo stato crepuscolare dell’umanità.

 

Conclusioni

No, non arriveremo a tanto: la Terza Guerra Mondiale spazzerà via tutto molto prima perché #laggente dormono sonni lunghi, ma quando si svegliano so’ cazzi. Pertanto, se davvero vogliamo evitare questo spiacevole finale, sarà opportuno che ci documentiamo; sarà bene che la smettiamo di andar dietro a quelli che «ma l’euro è solo una moneta»; sarà meglio che proviamo insieme a ricostruire una Società in cui la politica – leggi: il controllo del cittadino sui legittimi interessi privati – stia saldamente al disopra dell’economia e torni a costituire la base equilibrata di una convivenza civile su cui immaginare un futuro che dia un senso umano alla vita nostra e dei nostri figli.

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(1) Da una brillante considerazione de il Pedante, alias @EuroMasochismo su Twitter.

Bruno de Giusti, l’evitabile

Estratto
Nasce in vista del Mar Ligure nel 1966. Non è ancora deceduto e ciò costituisce un serio problema per l’umanità perché la sua proverbiale ortodossia per la lingua, l’insopportabile ricerca della precisione (notare gli accenti su i e u) e la pervicacia che manifesta contro qualsiasi forma di scorrettezza, ingiustizia o sciatteria, lo rendono indiscutibilmente intollerabile.

Dinamica dei danni
Durante una tempesta alquanto anomala nel mese di dicembre, emette il suo primo vagito e, all’atto del taglio del cordone ombelicale, minaccia di citare in causa l’ostetrica per il lavoro chiaramente approssimativo. Nel giro di una settimana riesce a educare Tata Lucia Rizzi a fare i capricci.

Già dai primi anni di vita comincia a viaggiare, arrecando serio pregiudizio a nature e popoli lontani che avevano fino ad allora beneficiato della sua limitata area d’influenza. Dopo il diploma di maturità scientifica si dedica alle assicurazioni per sette lunghi anni, insieme coi fratelli; fra le altre cose assicurerà la totalità delle chiese dell’alto novarese, la coniuge di uno dei parroci e una bandiera della Padania alla ringhiera del terrazzo.

Bruno de Giusti impersona una delle sue creature preferite, “La mente pensante”, ben sapendo che la realtà che lo caratterizza dimostra, nello scandire della piú becera quotidianità, l’esatto opposto. 

In seguito, per altri due anni decide di concedersi alla consulenza finanziaria portando alla rovina, oltre alle proprie tasche, un numero di famiglie pari agli effetti del socialismo dal 1830. Avendo anche in seguito perseverato nello studio e nell’approfondimento dei temi economico-finanziari, si reputa del tutto pleonastico accennare alle sue indubitabili responsabilità nelle crisi finanziarie del 2008 e 2011.

Deluso dalle performance discutibili, ma non ancora pienamente consapevole della gravità del loro livello, decide d’inquinare il mondo delle telecomunicazioni, cui aveva orbitato intorno come un asteroide radioattivo pronto a devastare l’intero ecosistema di un pianeta, e s’iscrive all’università. La laurea in ingegneria gli conferirà gli strumenti necessari ad applicare al mondo (e in seguito all’universo a tre dimensioni, per ora) i propri protocolli di potere; nel giro di breve tempo, manifesta una notevole competenza nello sviluppo di reti di telefonia cellulare, dopodiché si dedica a seri progetti di pessimizzazione delle nuove reti di servizi mobili, col risultato che nessuno è ancora riuscito dal 2000 a collegarsi a internet tramite UMTS a una velocità superiore ai 600 bit per era geologica.

Benché non abbia ancora raggiunto il massimo grado di dannosità nell’azienda estera che ha avuto la malaccortezza di assumerlo, sèguita a macinare livelli, al ritmo di uno ogni due anni, pur mantenendo uno stipendio che supera di poco la paghetta settimanale di un undicenne argentino, bonus natalizi compresi; punta a superare gerarchicamente CEO e CFO, al fine di licenziarli come equa ritorsione per non aver approvato una nota spese che includeva lo scontrino d’acquisto di Kandholhudhoo, nelle Maldive, la cui transazione è stata comunque assicurata dalla carta di credito aziendale.

Nell’ultimo decennio è stato osservato dirigere, con spirito vessatorio, obiettivi fatui e nessun interesse per l’altrui risentimento, progetti a livello nazionale in ogni angolo terrestre che l’ambizione lo spinge a profanare; ovviamente le perdite alla sua dissennata pianificazione superano di gran lunga ogni meno probabile aspettativa pessimistica e la sua posizione viene conservata solo ed unicamente a scopo di ricerca e studio al fine d’identificare il gene da cui l’umanità dovrà difendersi nei prossimi decenni.

Dopo un significativo soggiorno in Israele in piena II Intifada (no, non è un caso), decide di affrancarsi definitivamente dalla mai amata Chiesa Cattolica di Roma; invia pertanto una raccomandata con ricevuta di ritorno al Vescovo di Savona, con la richiesta di trascrivere sull’atto di battesimo la propria consapevole rinuncia all’appartenenza alla sacra istituzione; il nostro devastatore globale si svincola cosí da quello che la storia ha dimostrato essere uno dei suoi piú temibili concorrenti. Lo delizieranno inoltre, nella risposta di conferma, i termini rigorosamente burocratici con cui la diocesi, prendendo atto della volontà del Nostro, lo minaccerà piú o meno velatamente di negata sepoltura: dietro quel ghigno, la consapevolezza di finire molto presumibilmente smaterializzato, insieme con la contea che avrà la sfortuna di ospitarlo nell’istante fatale, durante uno dei suoi cruenti esperimenti di fisica nucleare in ambiente pubblico.

Nel 2009, senza interpellare la NATO e nemmeno l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha deciso di riprendere residenza stabile in Italia, a Milano; ciò che era una ridente capitale mondiale di vari settori industriali e finanziari si svuota cosí di ogni contenuto etico.

Pericolosità sociale e mire espansionistiche
Da anni suona il pianoforte; per farsi un’idea oggettiva delle sue inequivocabili capacità stilistiche e tecniche, bisognerebbe chiedere al pianoforte quanto esso vorrebbe suonarlo. Incapace di limitarsi a un settore di nicchia come la strumentistica, decide di devastare una parte significativa del repertorio bachiano, trascrivendo varie meraviglie del grande compositore in formato MIDI e dando cosí il via a una spirale inarrestabile di violenze reattive allo sfacelo sonoro; le anime magnanime possono recare un fiore compassionevole a ricordo di tale scempio nel loculo virtuale dedicato all’ormai ridicolizzato Kappelmeister. Nel frattempo, un blitz dei Carabinieri ha già portato all’arresto dell’intero comitato direttivo dell’Accademia delle Belle Arti, dopo che una telefonata anonima aveva avvisato l’Arma di un attentato devastante da esso progettato nei suoi confronti, che avrebbe cancellato dalla carta geografica l’intera provincia di Savona; un sacrificio, tuttavia, piú che accettabile, viste le nobili intenzioni e gli incalcolabili rischi che un eventuale fallimento avrebbe comportato.

Si dedica con lodevole impegno alla fotografia, ma non riesce ancora a capire perché il soggetto messo a fuoco non fumi. È stato fra l’altro sorpreso mentre, in campagna, scavava enormi fosse con il solo scopo di aumentare la profondità di campo e tuttora non comprende perché il diaframma della sua Canon subacquea non può essere dilatato per prolungare i tempi d’apnea. Ogni volta che si sveglia di soprassalto nel cuore della notte, estrae dalla custodia di pelle lappata al cesio la sua inseparabile Nikon e la porta a letto con sé al fine di riprendere il sonno.

Fra le altre nefandezze, e contro ogni ritegno per la chiara inadeguatezza del compito, ha moderato due forum sulle isole Maldive, TuttoMaldive e MondoMaldive, amministra un sedicente forum di cultura generale (difatti ormai caduto in disuso), Tuttology, ed è [radio]attivo su Facebook e Twitter (@VaeVictis). Se glielo chiedete, v’invita caldamente a iscrivervi, partecipare, chiedergli amicizia, seguirlo, salvo poi accorgervi che i punti d’incontro virtuale altro non rappresentano che la camera ardente che egli utilizza per scaricare le proprie frustrazioni su ingenui utenti che, se non trovano la forza di dileguarsi per tempo, vengono colti da comprensibili raptus di consapevole suicidio.

Le voci rigurgitate in Wikipedia
Salvo accorgersi in breve tempo della totale inutilità di Wikipedia, il nostro flagello ligure vi ha scritto su tutto e, come ogni tuttologo, in modo assolutamente approssimativo; tanto poi ci pensa qualche altro integralista della forma a sistemare le cose. “Io, il mio piccolo contributo l’ho dato!” – dice. Si consideri che questa è e rimarrà l’unica forma di beneficenza a carico del personaggio in questione. Se lo considererete inutile, pericoloso e arrogante, sarà probabilmente l’unico argomento sul quale riuscirete ad andare perfettamente d’accordo con lui.

Un fatuo tuttologo
Scrivo nella mia bio di Twitter, che “Di serio faccio il project manager professionista (PMP), l’ingegnere e l’esperto di telecomunicazioni. Molto più spesso la mia natura è fatuamente tuttologica.” Dietro a questo atteggiamento del tutto incurante della specialistica richiesta da ogni buon ingegnere, si celano molteplici passioni (anzi, nel caso del Nostro, trattasi di mere «morbosità intellettuali»), che possono manifestarsi come semplice interesse di studio a livello terribilmente dilettantesco, conoscenze specifiche o approfondita competenza; qui sono elencate in ordine alfabetico: sta al malcapitato di turno scoprire di volta in volta in che ambito qualitativo si ritrova…

Astronomia, Aviazione civile, Blogging e Social Networking, Economia, Elettronica, Fisica nucleare, Fotografia, Guida automobilistica, Israele e Medio Oriente, Lingue e dialetti, Meteorologia monsonica e generale, Musica classica e generale, Pedagogia, Project Management, Riparazioni di varia natura, Saggistica, Sci, Sismologia e tettonica, Storia, Telecomunicazioni mobili, Viaggi.

Domeniche a piedi o sequestro di cittadino?

Riguardo alle ordinanze sulle domeniche a piedi, non ci sarebbe nulla da obiettare se si trattasse di bloccare il traffico interno a una città: i mezzi pubblici esistono, costano poco e permettono di raggiungere qualunque punto della città senza problemi di parcheggio, senza dover rischiar di lasciare l’auto in strada, senza stress da guida, eccetera. Ben vengano quindi le ordinanze che limitano l’uso del mezzo privato in città!

Una tipica giornata invernale d'alta pressione; ogni zoomata rivela significative quantità di smog nell'atmosfera milanese.


Cittadini sotto sequestro
Il problema però sorge nel momento in cui ci si vuole muovere fuori città (da fuori a dentro esistono comunque i parcheggi d’interscambio). Nel caso di Milano (ma è facile dimostrare che è cosí ovunque, persino fuori dell’Italia in Paesi notoriamente piú attenti all’ambiente), i mezzi pubblici diventano molto piú inefficienti e per nulla capillari; inoltre una famiglia da tre-quattro persone in su difficilmente spenderà meno coi mezzi pubblici che con l’auto.

Non è quindi né giusta né plausibile né ragionevole l’azione di limitare la libertà di movimento nel tempo libero, come la domenica, giorno in cui ci si può dedicare fuori città a interessi, attività, hobby, incontri con familiari, partner, parenti, amici, visite ai degenti negli ospedali, agli anziani nei ricoveri, eccetera; figurarsi chi poi la domenica lavora… Si dà spesso per scontato che la domenica la si debba passare in città. In questo caso è certamente ragionevole girare a piedi o coi mezzi pubblici, ma perché obbligare i cittadini a restare in città, se vogliono uscire? Siamo quindi diventati prigionieri della nostra città la domenica?

Nei paesini collinari/montani, con i mezzi pubblici, come caspita ci arrivo? E nei villaggi sparsi nella bassa pianura padana, negli aggregati di case in mezzo alle risaie, come ci arrivo? In bicicletta con la famiglia? Se si tratta di 15-20 Km, potrebbe avere un senso, almeno dove esistono le piste ciclabili (cioè in pochissimi posti), ma per il resto? E se piove o fa freddo? Se voglio andare in Valpolicella, nell’abitato di Molina, come diamine ci arrivo? Fino a Verona con il treno, ok, e poi con il bus… fino a dove? Come arrivo a Molina, dove c’è un bus che passa la mattina alle 7 e alla sera alle 19? Il Norditalia pullula di luoghi irraggiungibili in tempi ragionevoli coi mezzi: tutti lo sanno.

Per non parlare poi del fatto che magari si debbano anche trasportare pesi, o ingombri! Fatevi voi il viaggio sui mezzi pubblici, con svariati cambi, per andare da Lambrate a frazioni del comune di Gaggiano con una balla di torba da 250 litri e poi ne riparliamo… Facile parlare, eh?

Chi ha detto che la domenica è obbligatorio stare in città? Se voglio/devo uscirne, con che diritto me lo si deve impedire? Per essere in regola, dovrei uscire da Milano prima delle 8 e rientrarvi dopo le 18. A parte le concentrazioni di traffico (e inquinamento) che si rischia di generare a ridosso di questi orari, se voglio andare a pranzo a Lacchiarella o a Vigevano con la famiglia, devo stare per forza in giro tutto il giorno? Si è pensato alle conseguenze economiche che un simile provvedimento può avere sulle strutture turistiche fuori Milano?

Il difettuccio della conca padana
Ciò che ho scritto ovviamente non varrebbe se fosse comprovato per via statistica e scientifica che il blocco comporti un effettivo miglioramento dell’aria, apprezzabile sensibilmente; tuttavia, dato che cosí non è, ecco che il provvedimento si mostra irritante, odioso, lesivo della libertà dei cittadini milanesi.

Purtroppo per chi ci abita, la Pianura Padana è una struttura a conca chiusa da Alpi, Appennini e, proprio quando si generano le condizioni peggiori per l’inquinamento, Porta della Bora (il vento che spira da est costituisce un tappo d’alta pressione sull’alto adriatico). La conca padana, circondata da barriere naturali che a bassa quota impediscono ogni comunicazione atmosferica con l’«esterno», costituisce la sede perfetta per il microclima continentale piú estremo; malgrado l’incredibile vicinanza al mare e il passaggio (in quota) delle correnti atlantiche, l’aria padana è quanto di piú stabile vi sia al mondo (atterrare a Malpensa, inefficienze aeroportuali a parte, è una delizia), il luogo ideale di accumulo dell’afa d’estate e della nebbia (leggi: smog) d’inverno. Non a caso il maggior tasso di inquinamento si misura nelle città del nord ovest, che si trovano nell’area piú “chiusa” della pianura: Milano, ma anche Torino, Asti, Alessandria, Lodi e le loro campagne risultano, in determinate condizioni meteorologiche, piú inquinate delle aree venete piú popolate.

La nebbia è un fenomeno invernale comune in tutta la Pianura Padana.


In condizioni di anticiclone, una figura meteorologica che porta bel tempo, la troposfera è compressa verso il basso (= alta pressione); l’aria scende fino al suolo, ma poi non riesce a sfuggire a causa delle barriere naturali; l’alta pressione che cosí si crea, favorisce il dissolvimento delle nuvole in quota, ma produce anche ristagno d’umidità a terra; d’estate il forte riscaldamento del suolo genera instabilità durante le ore piú calde del giorno, ma nella stagione invernale (quando l’aria fredda, essendo densa, si accumula piú volentieri al suolo) produce due elementi che vanno sempre a braccetto: la nebbia e, in ambiente urbano, lo smog. Le notti serene in inverno, limpidissime appena sopra lo strato di nebbia, contribuiscono alla concentrazione d’inquinanti; infatti se vi fossero nuvole, queste rifletterebbero verso il basso il calore emesso dal terreno, mantenendo l’aria piú calda; questa salirebbe e porterebbe in quota le polveri fino a quando, intercettate le correnti, si disperderebbero nell’atmosfera. In assenza di nuvole, l’irraggiamento del terreno, che disperde rapidamente il calore nello spazio, riduce ulteriormente la temperatura dell’aria al suolo (l’aria si abbassa ancor piú perché sempre piú fredda, cioè pesante), aumentandone la densità e quindi la concentrazione d’inquinanti (e della nebbia). Si è a questo punto in condizioni d’«inversione termica», cioè l’aria fredda sta sotto quella calda; una configurazione stabilissima. È pertanto del tutto inevitabile: le condizioni che producono/rimuovono lo smog sono le stesse che producono/rimuovono la nebbia!

Lo smog si comporta esattamente come la nebbia perché ne ha le stesse caratteristiche. Peraltro, a tal proposito, “smog” è parola coniata dagli inglesi per descrivere una condizione piuttosto comune nelle loro città: è composta da smoke (fumo, che poi è il particolato di cui tanto si parla) e fog (nebbia); ciò non è un caso, stando proprio a significare che è il prodotto dell’unione di due fenomeni che coesistono senza eccezione in ambiente urbano. Si possono controllare i parametri e gli elementi climatici? No, non si può ed ecco spiegato perché le domeniche a piedi, ma anche i sabati e i venerdì e qualsiasi altro giorno di blocco, non servono praticamente a nulla. Se cosí non fosse, potremo anche pensare di limitare il freddo in inverno e l’afa in estate…

I costi della (non) politica
E l’Europa ci multa! E sapete perché? Perché l’Italia ha l’unica zona in Europa con questo specifico problema orografico: la Pianura Padana, chiamata anche, non a caso e specie in meteorologia, “conca padana”; siamo altresí l’unico Paese in Europa a disporre di una classe politica incapace di ottenere deroghe normative in una situazione particolarissima e che tale potrebbe dimostrarsi con facilità in base a dati inopinabili. Come risultato, noi cittadini italiani paghiamo annualmente all’Europa sanzioni elevate che sono e saranno sempre inevitabili, poiché prescrivere che il particolato meneghino se ne stia al di sotto delle attuali soglie europee per un numero di giorni irragionevolmente elevato (attualmente sono ammessi sette giorni consecutivi di superamento della soglia di PM10) è un po’ come pretendere per legge che il Mediterraneo non sia salato!

Nebbia e smog vanno di pari passo, e di pari passo scompaiono.


Quante altre conche densamente popolate ci sono in Europa? Madrid ha una situazione solo lontanamente assimilabile, visto che la Pianura Padana ha un bacino di utenza molto maggiore e in essa lo smog ristagna non solo in città e pianura, bensí pure su versanti alpini e appenninici ad essa rivolti. In Europa non esiste alcuna condizione del genere in cui s’incontrino in modo tanto svantaggioso orografia, demografia e meteorologia. Provate a pensare se Londra, una città grande dieci volte Milano, fosse nella Pianura Padana: probabilmente supererebbe le soglie di smog tutti i giorni dell’anno…

Soluzioni a breve termine: un’illusione
Inverosimilmente, basterebbe levare qualche montagna di mezzo negli Appennini liguri o nelle Alpi, o chiudere la Porta della Bora… Impraticabile, vero? Allora bisognerà cercare, negli anni, di passare a forme d’energia sempre piú pulita e possibilmente (e specialmente) in tutto il bacino di utenza della pianura. Auto a idrogeno o metano; pannelli solari soprattutto, visto che l’eolico non ha senso in assenza di vento. Ma tutto dev’essere ecologico, non solo le auto o i camion! Anche le industrie in campagna, persino i villaggi devono dotarsi di strumenti energetici puliti! Sí perché pure il trattore che coglie il riso contribuisce, in base al principio dell’accumulo al suolo, a inquinare la pianura, Milano, e le altre città! Non esistono barriere in pianura e l’aria, che per legge fisica si miscela in un ambiente chiuso, finisce per inquinare tutto e tutti. Se un trattore lavora ad Alessandria, se un’industria brucia sostanze a Lodi, se un camion passa sull’A4, se accendo un camino ad Abbiategrasso, se fumo una sigaretta a Novara, l’inquinamento prodotto ristagna in pianura minacciando la salute dell’intera collettività! E per portare via il nuvolone di smog che rende giallo il cielo e triste il sole (ma spettacolari i tramonti) serve un cambiamento meteorologico: mica si può bloccare le attività dell’intera conca padana per settimane!

Pecunia non olet
Considerando quanto scritto sopra, è chiaro che nelle viuzze dei centri storici va ancor peggio e quindi, considerato che esistono i mezzi pubblici, si potrebbe seriamente pensare di chiudere definitivamente l’area Ecopass al traffico privato, per esempio. Eh ma non si può… porta troppi soldi! Che schifo! Certo: pago e posso inquinare! Ovvio, altrimenti i soldi come arrivano? Se davvero alla giunta comunale importasse della salute dei cittadini, avrebbe bloccato al traffico privato l’intera area Ecopass (ovviamente con i permessi ai residenti e al trasporto merci). E via con le biciclette e le piste ciclabili ovunque, come in Olanda e da altre parti! Perché no? Sarebbe ottimo! Peccato che, guarda caso, nessuno lo faccia…

Il provvedimento per le domenica antismog non funzionano ovviamente contro lo smog, e il perché l’ho già detto, però funziona egregiamente per lo scopo per cui è stato appositamente creato: l’anti smog è solo la copertura per mascherare, tra l’altro molto male, e mi sembra strano che pochi se ne siano accorti, un provvedimento invece perfettamente funzionante: far cassa. Piú di 100 mila euro in poche ore in una normale domenica! E sapete perché funziona? Perché gioca sul fatto che i cittadini non rispettano una regola fatta apposta per non essere rispettata, e il desiderio di non rispettarla nasce dai crampi allo stomaco di questa situazione grottesca. Quindi complimenti, perché il provvedimento, per il suo vero scopo, funziona benissimo! E se squadra che vince non si cambia, è naturale che, data l’eccellente resa economica, lo vogliano riproporre più spesso! In economia tutti si amano profondamente e nessuno si dà la mazza sui piedi.

E non prendetela dal punto di vista politico! In questo caso si tratta di qualcosa che va al di là delle parti: sbagliava la Moratti a proporre blocchi del traffico, sta sbagliando Pisapia a riproporli. C’è da aggiungere che, Pisapia, per rincarare la dose, sembra ora ben intenzionato a trasformare quest’assurdo nella normalità dei cittadini di Milano, appioppandogli il blocco secondo un calendario che deciderà non in base all’inquinamento, bensí per pura soddisfazione dei propri principi soggettivi e, come mostrato, allo scopo di far cassa; girano voci che avremo almeno una domenica a piedi al mese…

Deroghe sulla carta
Eh, ma esistono le deroghe per chi deve andare al lavoro e può dimostrare che non esistono mezzi pubblici efficienti sul tragitto! Bene, supponiamo che debba richiederla io, la dichiarazione. Davanti a casa mia e al mio ufficio i mezzi passano, solo che in un giorno feriale s’impiega 1:35 h per percorrere il tragitto (30 min in auto); la domenica, a causa della scarsità delle corse, probabilmente ancor di più. Il mio datore di lavoro mi fornisce la dichiarazione. Poi mi ferma la Polizia Locale: “Lei mi dice che a Cassina de’ Pecchi non ci sono mezzi? Ma se ci arriva la metropolitana!” Multa e denuncia per falso ideologico, avvocati, testimonianze, memorie, processo, condanna, ricorso, appello, cassazione…

Lo scarico di un'autovettura diesel Euro-5 dopo 90.000 Km percorsi: il filtro antiparticolato, eliminando quasi completamente le emissioni di polvere fini, lo lascia perfettamente pulito.


Chi, persona normale che deve mantenere sé e i propri figli, in un Paese di diritto incerto come questo, non avendo mezzi economici e pelo sullo stomaco, si fiderebbe di una deroga che chiunque potrebbe interpretare come più gli fa comodo? Solidarietà quindi alle migliaia di persone che tengono in piedi l’Italia malgrado gli innumerevoli impedimenti posti dalla politica demagogicamente, in quattro e quattr’otto, e senza alcun ragionamento né studio approfondito!

Del resto, ragionare, studiare, analizzare, confrontarsi e prendere decisioni argomentate, ragionevoli e logiche costa sudore, fatica, duro lavoro e ormai tutti siamo abituati a trovare scorciatoie a tutto; e quindi, destra o sinistra la solfa non cambia, tutto si traduce in aumenti di tasse e tariffe. Tagliare chirurgicamente gli innumerevoli sprechi e rendere tutto piú semplice ed efficiente? Manco a parlarne…

Bruno de Giusti

Libero adattamento, con aggiunte, di un condivisibilissimo testo di Marco Righetti
http://www.partecipami.it/infodiscs/view/3327#body_3809
Ringrazio Oliverio Gentile per il suggerimento

Indignati? No, “ragazzi” che fanno i capricci

Cari indignati, immagino sappiate che le cose non cambieranno in tempi brevi; l’attuale situazione è infatti figlia di decenni di malcostume e non bastano certo quattro grattatine a rimuovere le radicatissime incrostazioni italiche. Possiamo tuttavia pensare di fare qualcosa di concreto nel lungo termine, ma, in tal caso, suggerirei di non perdere tempo, rabbia e denaro in viaggi a Roma per gridare slogan preconfezionati ad astratte istituzioni; c’è qualcuno di molto piú concreto e a portata di mano contro cui esercitare il vostro irrinunciabile spirito protestatario.

Un indignato manifesta senza probabilmente aver la minima idea di come si produca un reddito.

Si tratta dei genitori dei bambini che abitano nel vostro quartiere o che incontrate per strada ovunque giriate in Italia. Sí perché, a giudicare dai commenti sentiti ieri sera durante le interviste al popolo degl’indignati svolte subito dopo i fattacci di Roma, sembra che il problema principale e decisamente prioritario sia la patetica immaturità dei “ragazzi” italiani, intendendo per “ragazzi” tutti i nati dopo il ’68, visto che un giornalista cosí ha definito un signore iperbarbuto sull’oltre la quarantina con lo sguardo intellettuale, l’occhiale spesso e il ditino profetico, incapace di pronunciare correttamente la piú banale costruzione soggetto-verbo-predicato.

Ora questi “giovani” (tipo il “giovane Allevi” di 42 anni e cosí come le “comode rate”) sono figli dell’«educazione» che hanno ricevuto negli ultimi decenni. E cosí sentiamo ripetere che: “Siamo per la giustizia!”, “La manifestazione era pacifica!”, “Siamo nati in una situazione precostituita!”, “Vogliamo che la situazione cambi!”, eccetera. Avessero assaltato Montecitorio al grido di: “Eliminiamo le Province!”, “Riduciamo a centododici i Parlamentari!”, “Fate una legge per tenere trent’anni in galera chi evade più di centomila euro!”, avrebbero certamente attirato la mia attenzione. Questi “ragazzi” sono fumosi, confusi e ignoranti; in una parola, immaturi; meritano oggettivamente il precariato e un maniaco sessuale al Governo. Non avranno la forza di cambiar nulla, se non in peggio. Ma se sono immaturi loro, è perché altrettanto immatura (deleteria) è stata l’educazione che hanno ricevuto. Rileggendo il presente alla luce di questa considerazione, quindi, se è vero che i figli di oggi meritano poco o nulla, i loro genitori avrebbero dovuto perlomeno meritare un intervento del Tribunale dei Minori, che li affidasse a persone capaci di tirar su una generazione decente.

E i bambini di oggi, cioè i “giovani” di quarant’anni a venire, come sono messi? Secondo me, a osservarli con un po’ d’attenzione, persino peggio: oggi ci sarebbe ancor piú lavoro di quarant’anni fa per gli assistenti sociali… Pertanto, se davvero si vuole che qualcosa cambi almeno nel lungo termine, oltre ad auspicare un’azione piú incisiva da parte delle citate istituzioni, mi permetto di suggerire agli indignati di alzare la voce coi genitori che conoscono e che incontrano quando questi:

  • usano usare la violenza o il ricatto come mezzo educativo;
  • urlano coi figli invece di comunicare;
  • considerano i loro figli piccoli incapaci da modellare secondo i propri gusti e criteri;
  • scordano che “educare” significa letteralmente “tirar fuori”, non “metter dentro”;
  • fanno tutto per loro, compreso lavargli i denti, vestirli e trombargli la fidanzata;
  • pensano che suo figlio di tre anni non sia in grado di mangiare da solo, nemmeno quello di trentadue;
  • passano ore a dialogare supplichevoli con il figlio di 5 anni che fa i capricci e non capiscono perché non smette;
  • mamma dice sí, papà dice no, la nonna forse e lo zio tace;
  • intimano al figlio di 9 anni di non fare una certa cosa, ma si guardano bene dal spiegargli perché;
  • intimano ai figli di non fare alcunché, di starsene lí buoni e tranquilli: “Non toccar questo, non toccar quello!”;
  • ai figli grassi o in sovrappeso lasciano mangiare e bere qualsiasi porcheria e soprattutto non si chiedono se il figlio sia grasso per carenze non riconducibili al cibo;
  • riempiono il piatto del figlio di 8 anni (25Kg) con la stessa quantità di cibo che un quarantenne (85 Kg) ingurgita e pretendono che finisca tutto;
  • lasciano che i figli mangino sul divano mentre guardano la TV, imboccandoli ovviamente fino ai quindici anni;
  • ascoltano distrattamente o non ascoltano affatto quello che i loro figli hanno da dirgli;
  • rifiutano qualsiasi manifestazione emotiva con loro;
  • puniscono regolarmente i loro figli, ma si dimenticano sistematicamente di premiarli;
  • si divertono per le evidenti storpiature della loro pronuncia, quando non sono proprio loro a ripetere le stupidaggini che i loro figli farfugliano, invece d’insegnar loro la corretta pronuncia;
  • hanno un figlio di sei anni incapace di pronunciare alcune lettere correttamente e non l’hanno ancora portato dal logopedista; anzi, amano ripetere: “Ma com’è cakhino con la ekkhe moscia [sic] come la mamma!”;
  • adorano mantenere il proprio bambino piccolo e coccolato anche quando ha i baffi;
  • trattano due bambini di 5 e 9 anni allo stesso modo perché “comunque sono ancora piccoli”;
  • a tavola tengono la TV accesa invece di chiacchierare coi loro figli;
    li schiaffano per ore davanti alla TV o con videogiochi rincoglionenti;
    sí ai figli, ma la carriera ha la priorità e quindi viva le tate!;
  • amano ripetere: “Mio padre mi ha educato cosí e quindi i miei figli devono fare cosí!”, che poi è come dire: “Mio padre era comunista e io devo esserlo!”, o ancor meglio: “I miei genitori erano due idioti e quindi…!”;
  • blableggiano che “Bisogna avere autorità coi figli!”, dimenticandosi che la parola corretta è “autorevolezza”;
  • li accompagnano a scuola, possibilmente fino alla maggior età, perché “ci sono i maniaci in giro e magari gli infilano un ferro” (sentita personalmente dalla bocca della nonna di mia nipote, con tanto di ekkhe moscia [sic]);
  • li travestono da transformer quando vanno sui pattini, però si guardano bene dal fagli allacciare le cinture e sedere sui seggiolini in auto;
  • all’ora di pranzo li guardano seri, con fare profetico e gli intimano: “Tu non fumare mai!” mentre scartano il secondo pacchetto della giornata;
  • si irritano perché la loro dolce figlioletta di undici anni si veste e si atteggia da troia, mentre il papà non riesce a trattenere un “Madonna che gnocca!” davanti all’ennesima velina discinta in TV;

(man mano che mi verranno in mente, ne aggiungerò altre)

Bruno de Giusti
@VaeVictis