Il Superstato a progetto e la rumenizzazione

«Non sono un economista ma… sono un project manager [e quindi…]»

Superstato a progetto

Soltanto un project manager (più umanamente capoprogetto) può pensare di scrivere queste righe un po’ folli, un po’ complottistiche, forse pericolosamente vere. Solo un project manager visita e studia, dal punto di vista di struttura e gestione, innumerevoli aziende “moderne” in mano a grossi gruppi finanziari; egli pertanto gode di un osservatorio privilegiato che gli permette d’intuire abbastanza realisticamente come stanno evolvendo la società e l’economia.

Mi spiego. Nell’attuale corsa all’efficientismo assoluto, sostenuta dal liberismo al soldo ideologico (e talvolta finanziario) dell’EFG (= Élite Finanziaria Globale), stiamo evolvendo verso il Superstato a Progetto. Nota bene: le ragioni dell’efficientismo sono da sempre stroncate nella scienza economica sulla base di semplici ragionamenti e comunque, dei liberisti che «Ich habe nur Befehle ausgeführt!», ci occuperemo poi nella prossima Norimberga.

Spieghiamo prima che cosa s’intende per EFG (di cui l’Élite Finanziaria Tedesca = EFT, da non confondersi con «’a Ggermagna», è la metastasi europea). Con tale locuzione indico quel gruppo ristretto d’individui che detengono il controllo di enormi masse di capitale e che influiscono in modo rilevante sull’economia e la politica globale. Parlo di personaggi del mondo occidentale, ma non è escluso che presto si giunga a livello globale, se Russia e Cina cedono – dei Paesi Arabi non parlo perché le loro ambigue frequentazioni statunitensi sono sotto gli occhi di tutti.

Avrete subito pensato a Gates, Buffett e Soros, a chi manovra gli investimenti dei fondi sovrani o pensionistici, ma abbiamo esempi anche di più vicini a noi, almeno geograficamente; per esempio, chi controlla gruppi come Volkswagen, TyssenKrupp, Siemens, oppure le grandi banche europee (vedi TBTF = Too Big To Fail) e così via.

Il Superstato a Progetto è un’economia trasversale globale – o perlomeno occidentale – che, grazie alla progressiva liberalizzazione del movimento dei capitali (ma anche di persone e beni), non fa più capo a un singolo Stato, bensí al “Superstato finanziario”, al grande capitale dell’EFG. In esso, ogni attività di qualsiasi natura (operazione di appendicite compresa), è svolta a progetto; avete presente quella roba, quell’attività che ha un obiettivo, un inizio, una fine, un elenco di deliverables (fa figo chiamarli così, ma si tratta soltanto di banalissimi risultati), un budget (altra meraviglia che se non fossimo provinciali chiameremmo tetto di spesa), un project plan (piano d’azione) che si articola in varie “discipline” o “aree di competenza” (àmbito – o scope, che fa più paninaro – tempi, costi, qualità, rischi eccetera)? Ecco, quello è un progetto.

Le aziende – ma ormai tutta la struttura socioeconomica – si stanno orientando da anni a quest’approccio, così che, ad esempio, è facile prevedere che presto non esisteranno più dipartimenti amministrativi o di risorse umane, ma il tal progetto si occuperà (per ciò che attiene al cost management = gestione dei costi) dell’amministrazione relativa e anche delle risorse necessarie (HR management = gestione delle risorse umane). Scompariranno, insomma, o si ridurranno al minimo tutti quei dipartimenti che oggi ancora svolgono attività di routine, di gestione continuata aziendale (“del day-by-day”, come direbbero gli splendidi). A livello aziendale più alto esisteranno programmi (= gruppi di progetti correlati che puntano a un obiettivo aziendale) e portafogli di progetti e programmi (il cui controllo – facile prevederlo – sarà direttamente in mano all’alta dirigenza aziendale, che nel frattempo non si occuperà più degli stessi compiti di oggi).

Più o meno andrà così. Forse non si userà il gergo qui esposto, se non altro per non conferire troppa importanza a noi frustrati lacchè del biscottino “altamente produttivo” (leggi fortemente competitivo), ma tutto diverrà breve, immediato, schematico, pianificato nei dettagli.

Fico, eh? Direte: be’, questa sì che è efficienza! Già, peccato che ciò implichi una cosuccia da niente. Negli ultimi 18 anni ho vissuto in 19 Paesi e ho gestito 30 progetti (il che significa “vivere” in 30 aziende-clienti più quelle in cui ho formalmente lavorato). Ancor più fico, vero? Ecco, sappiate che un uomo che in 18 anni gira 19 Paesi, 30 progetti e più di 30 aziende è finito, burnt out. Morto. Sepolto.

Ha perso ogni radice e quasi tutte le relazioni di base e per questo ha le crisi d’ansia; non ha una famiglia oppure ne ha molteplici, irraggiungibili, spesso figlie di un improbabile telesperma e disseminate per il Pianeta. Non ha una casa, un villaggio, una città, una provincia, una regione, un fiume, un monte, un prato fiorito a primavera, una strada, un bar con gli amici del posto. QUEL bar. Non ha un solo riferimento psicologico di base. Si sente spersonalizzato, un numero, e oltretutto senza motivazione a vivere, a migliorarsi, perché si rende conto di vivere una situazione senza futuro.

L’uomo è metà ragione e metà emozioni. Indiscutibilmente e inevitabilmente. Come si può pensare di reggere un’esistenza in cui conta solo la prima, mentre le seconde sono considerate una debolezza, un ostacolo, un orpello latinoide? Fa nulla: per loro (l’EFG) conta solo il profitto; e hanno pure ragione, giacché abbiamo concesso loro la prevaricazione dell’economia sulla politica, il «più Europa», l’euro e tutto ciò che costituisce strumento efficace per sottrarre ai cittadini il potere di controllo.

Tornando a me, e quando non potrò più sostenere questo stile di vita, che farò? Pensione? Manco a parlarne: provate voi a unire 18 anni di contributi in 3 Paesi e fra 7 sistemi pensionistici diversi. Forget it. Chi mi manterrà? Mi getterò nell’umido o m’iscriverò ai terroristi?

Sto ovviamente esagerando. A me piace il mio lavoro, mi dà grandi soddisfazioni e altrettante ne concedo alla mia azienda e ai nostri clienti. Ma che cazzo sarà di me? E che cazzo sarà di voi? L’avete mai pensato? Vi sentite bene, sereni, sicuri in questo radioso contesto di privatizzazioni e mobilità? Per cena preferisci un outsourcing, un deskilling o ti accontenti di un outplacement?

Insomma siamo arrivati sorprendentemente all’alienazione del lavoro, di cui argomentava in modo piuttosto concitato uno di passaggio come Karl Marx. Solo che ci siamo giunti passando dalla parte opposta del comunismo: col liberismo condotto all’estremo; il che dovrebbe istillare il tarlo del dubbio su che cosa succede quando ci si muove troppo in una direzione sempre più distante dall’aurea mediocritas. La Terra è rotonda (anche se in economia qualcuno si ostina a sostenere il contrario) e forse non è un caso, no? È strano come viaggiando continuamente verso ovest, si finisca per ritrovarsi a est…

 

Superstato a progetto e macroeconomia

Chi mi segue su Twitter sa che negli ultimi anni mi sono occupato molto di vicende macroeconomiche. La guerra fra keynesiani e liberisti scatenatasi dopo le crisi del 2008 e 2011 si sta articolando sulle macerie di un’economia italiana in disfacimento, un disastro le cui ragioni sono state divulgate in modo sorprendentemente limpido e documentato da Alberto Bagnai su Goofynomics (che, superando il Sole 24 Ore, è divenuto quest’anno il miglior sito italiano di economia al #MIA15); estendendo le considerazioni esposte da Bagnai e propagate a obiettivi scelti in modo chirurgico dall’associazione a/simmetrie cui fa capo, è facile intuire che questo strategia finirà presto per coinvolgere, oltre al Sud Europa, il resto dell’Eurozona e – per effetto domino – l’intero contesto economico globale.

Forse sarebbe ora di cominciare a smetterla, che ne dite?

Purtroppo i liberisti – che poi sono null’altro che i comunisti sovietici col segno meno davanti – stanno vincendo e non c’è da sorprendersi: l’EFG, il cui centro nevralgico è sempre stato negli Stati Uniti, essendo questa LA potenza militare mondiale, ha preso il sopravvento sulla politica americana da Reagan in poi; in un contesto in cui il capitale è libero di muoversi, il cancro della finanza intesa come fonte e obiettivo unici del capitalismo si è diffuso presto anche da noi con una potenza incontrollabile (per le risorse di cui dispone) e incontrollata (perché dormivamo) e ora sta vanificando di fatto il “processo elettorale” (leggi: il tuo voto non conta più un cazzo, come ha spiegato bene Mario Monti). Vediamo ora in sei punti che cosa sta succedendo e perché l’EFG ha bisogno del Superstato a Progetto.

 

Punto 1 – La rumenizzazione della famiglia

Secondo le teorie dell’EFG, la massima efficienza si ottiene spezzettando le attività operative aziendali in task, ovvero in microattività che, armonizzate e coordinate in un progetto, conducono al risultato. Per l’élite efficientista, queste attività possono – anzi devono – essere svolte da più persone in modo integrato e ottimizzato, così da ridurre al minimo i tempi morti di ogni risorsa umana (scimmia o cane, vedete voi come chiamarla). Va da sé che una simile organizzazione impone la disponibilità garantita e continuata del personale, che non potrà più quindi godere di lunghi periodi di riposo (leggi: una settimana di ferie). Allo stesso modo, la risorsa dovrà garantire una sorta di ubiquità nel tempo e nello spazio, cioè poter essere ovunque in qualunque momento.

Conseguenza di ciò è l’impossibile coesistenza di un modello di famiglia tradizionale, quello – per intenderci – basato su genitori e figli che condividono lo stesso focolare domestico. Mamma e papà dovranno quindi organizzarsi a mo’ di progetto per la gestione dei figli e questi dovranno abituarsi a passare lunghi periodi senza uno o entrambi i genitori, cioè senza i riferimenti educativi primari.

Credete che stia farneticando? Leggete che cos’avrebbe dichiarato la dottoressa Stefania Giannini (Ministro dell’Istruzione, Scelta Civica) il 4 maggio 2016 in un’intervista pubblicata sull’Huffington Post, poi rimossa:

“Il Paese deve allontanarsi dall’impronta classica che ha permeato per secoli la società e il sistema d’istruzione per avvicinarsi al modello tedesco: più pragmatico, precario e orientato al lavoro. Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti. Flessibilità significa precariato, che non è sinonimo di malessere.”

“[…] la famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno. Le persone, in primis i genitori, si devono poter spostare individualmente e per questo il nucleo familiare non avrà più la funzione di stabilità sociale che ha avuto per la mia generazione.”

Il testo qui sopra è poi stato rettificato con una nota del Ministero, ma sul Corriere del Ticino si riportano gli appunti del giornalista che l’ha intervistata e la sostanza, a mio parere, non cambia; inoltre si legge: “Io stessa, appena avuto il primo figlio, ho lasciato geograficamente casa mia per andare a lavorare lontano, lasciando al padre il compito di occuparsi quotidianamente del bambino. Il mio è stato un comportamento atipico per quel tempo, ma dovrà rientrare nella normalità in futuro, perché anche le donne devono potersi spostare.”

Costatiamo quindi che una ministra linguista e glottologa getta al macero anni di ricerche sulla psicologia dell’età evolutiva (1). Probabilmente la signora si farà anche curare i denti da un giurista e si rivolgerà al sismologo per questioni legali!

I corsivi sono miei e aiutano a percepire più nitidamente l’approccio paternalistico e TINA (There Is No Alternative) che permea queste parole, a mio parere malate. L’assenza d’alternativa e le decisioni che cadono dall’alto caratterizzano Votre opinionle dittature e dichiarazioni come queste dovrebbero far squillare nelle nostre teste ben più di un campanello d’allarme sulla piega che la situazione sta prendendo.

Del resto, il dottor Filippo Taddei, che è il responsabile per la politica economica del Partito Democratico, non aveva forse riassunto in uno slogan che bisogna tassare ciò che è immobile per favorire ciò che è mobile?

L’alternativa esiste eccome e si persegue con la politica; noi non dobbiamo proprio nulla, egregi Signori: le Vostre opinioni rimangono le Vostre opinioni, non un nostro dovere.

E ora spieghiamo che cos’è la rumenizzazione della famiglia con esempi più pratici.

Marius, tredici anni, ha un padre e una madre che non lesinano ogni forma di violenza: verbale, psicologica e fisica; la madre vive in Francia e il padre cresce il figlio da solo; Marius è obeso perché il padre non gli dava da mangiare e ora arraffa tutto ciò che può come un criceto; inoltre si procura periodicamente lesioni perché si sente responsabile della situazione famigliare.

Alina, tredici anni, ha il padre in galera perché ha ucciso due persone; la madre è alcolizzata; vive a turno coi nonni, con gli zii e con altri parenti e amici, in un ciclo interminabile di scarico di responsabilità. È ormai una donna in ogni senso, ostentatamente seria e formale: per salutarti s’avvicina e ti stringe la mano senza sorridere. L’infanzia? L’adolescenza? Termini senza alcun significato.

Bogdan, quattordici anni, vive con i nonni; il papà fa il camionista in Spagna, la mamma lavora in Germania. Ogni 5-6 mesi, a turno, i genitori tornano a casa. Bogdan è un bel ragazzino, ma ha la testa di un bambino di cinque anni e si lascia coinvolgere in situazioni del tutto inadeguate alla sua età: non ha rispetto né di sé né degli altri e lascia che il destino lo travolga senza alcuna reazione.

I nomi e i contesti sono di fantasia; le storie sono reali. E parlano di ragazzi malati, morti, finiti. Cioè di una società senza speranza. Però la Romania fornisce all’EFG una pletora di risorse umane ubique in termini di spazio e tempo. Fra l’altro, l’emigrazione di massa è il motivo per cui la disoccupazione interna è piuttosto bassa; ma l’EFG ha bisogno di euroschiavi per calmierare l’aspettativa economica di chi produce, ottenendo così maggior remunerazione per i propri capitali, e quindi essa impone in Romania un’economia a forte sfruttamento di lavoro (invece che di capitale); ergo, i salari sono bassi; indovinate se ciò costituisca o meno un forte incentivo all’emigrazione…

Volete questo in Italia? Continuate a votarli.

 

Punto 2 – L’eliminazione del risparmio

Le recenti vicende delle minibanche lasciate in sostanza fallire a spese degli obbligazionisti, gettano un’ombra sinistra sugli obiettivi della strategia in atto: appare sempre più chiaro che si vuole eliminare ogni forma di risparmio privato a favore di un’economia basata sulla circolazione continua del denaro, presupposto per finanziare i progetti nel modo più efficiente possibile (per l’EFG): un flusso costante d’acqua alimenta un mulino meglio di un’alluvione periodica… Nei punti seguenti, quest’affermazione-chiave diverrà più chiara.

 

Punto 3 – L’eliminazione dei patrimoni immobiliari

Le politiche fiscali in atto in tutta l’Europa meridionale (imposte dalla BCE, cioè dall’EFT, longa manus europea dell’EFG) sono sorprendentemente coerenti col punto 2. Esse puntano a rendere il patrimonio privato immobiliare insostenibile ai cittadini.

Tradizionalmente, gli Italiani (ma in generale tutte le popolazioni del Sud Europa) sono sempre stati proprietari di casa, in contrapposizione con il resto d’Europa dove l’affitto è la forma di abitazione più diffusa. Vi sono motivi storici ed economici dietro a questa scelta, ma non voglio discuterli qui, bensì considerare la cosa come un dato di fatto e persino un “carattere identitario” che non si capisce bene cos’abbia di tanto deplorevole, a parte il rovinare i sogni dei liberisti che vorrebbero un mondo di schiavi pronti a spostarsi, con o senza famiglia, al termine d’ogni progetto, senza troppi vincoli di territorio.

Inoltre la casa di proprietà non produce reddito (all’EFG).

L’immobile è sempre stato parte della famiglia italiana, anche quando questa non aveva liquidità; era l’unico modo per garantire a sé e ai propri cari un tetto sicuro in qualsiasi situazione: se la famiglia fosse rimasta senza reddito, non avrebbe rischiato di perdere facilmente la prima casa perché le leggi sono sempre state piuttosto restrittive in materia di confisca ed è sempre stato possibile ridurre le spese correnti al minimo, considerando che quelle indotte dal possesso della casa potevano essere rese irrisorie (niente tasse e se un intervento si fosse reso necessario, lo si sarebbe potuto posticipare senza grosse conseguenze).

Oggi il patrimonio di molte famiglie sta sbilanciandosi ancor più significativamente verso gli immobili, semplicemente perché la gente – non solo i disoccupati – sta dando fondo ai risparmi più liquidi per sostenere i consumi. E qualcuno di voi sa bene dove si finisce quando si comincia a usare un attivo di lungo termine (il risparmio) per coprire un passivo a breve (la spesa al supermercato o la TASI)…

L’elevata tassazione sugli immobili, unita a un ingiustificabile crescendo degli obblighi di messa in regola (caldaie, impianti, coibentazione, strutture eccetera – nota bene – obblighi di origine UE <= EFT <= EFG, volti a contribuire al cash flow di cui discuto al punto 5) non costituisce solo un incentivo a rifugiarsi in altre forme di risparmio (che peraltro non esisteranno più, come enunciato nel punto 2), bensì una vera e propria pressione insostenibile a disfarsi rapidamente degli immobili per evitarne le tasse e le spese, affrancandosi così dal rischio di vedersi confiscare la casa dall’oggi al domani, senza oltretutto ottenere alcun beneficio perché nel frattempo i prezzi saranno crollati, la messa all’asta avrà prodotto una liquidità risibile, al punto che i cittadini non saranno nemmeno in grado di usare tale somma per pagare le multe (per non aver messo in regola l’immobile) ed estinguere i debiti col fisco.

Al termine di questo discorso un po’ complicato, penso di poter affermare che ci stiamo muovendo verso una forma di abitazione che sarà intermediata da qualcosa, o meglio qualcuno, su cui nessun cittadino potrà esercitare controllo (perché emanazione del Superstato); per esempio, dai fondi immobiliari internazionali: se tu proprietario non sei più in grado di far fronte ai tuoi impegni, io fondo ti acquisto la casa per due soldi (quelli, e solo quelli, che ti servono per saldare i debiti) e ti garantisco, previo pagamento di un affitto irrisorio, la possibilità di restare in casa tua fino alla tua dipartita; nel frattempo, tu o i tuoi eredi potranno riscattare l’edificio, ma con quali soldi e a prezzo e condizioni decisi da chi, è facile immaginare…

 

Punto 4 – L’eliminazione del contante

In perfetta coerenza con i punti 2 e 3 si vocifera in modo sempre più insistente di eliminazione del contante. È vero che ciò costituirebbe una (temporanea) legnata nei denti a faccendieri, cartelli della droga, mafia eccetera, ma questi troverebbero presto altre vie per le transazioni, come lo scambio di beni, i preziosi o una qualsivoglia forma di moneta parallela; tuttavia, avete pensato alle conseguenze su di voi? Domani avrete sentore che una banca salti, o che la vostra moneta crolli (ma, tanto, presto esisterà una sola moneta unica mondiale), oppure vi troverete a dover lasciare il Paese da profugo (pensate che stia farneticando, vero?) e non potrete nemmeno temporaneamente trasformare il vostro patrimonio in liquidità. Premeranno un pulsante e – CLICK! – non avrete più nulla, non potrete pagare niente, nemmeno il caffè al bar: i vostri soldi saranno scomparsi in uno degli innumerevoli bail-in bancari e vi ritroverete al punto 2.

 

Punto 5 – Economia basata sul cash flow

Tutto ciò premesso, a me pare chiaro che stiamo evolvendo verso un’economia basata sul cash flow (che più sopra chiamavo in modo poco appropriato ma molto attinente «circolazione continua del denaro», e che meno ficamente è il flusso di cassa) e non più sul capitale a disposizione dei cittadini (mentre continuerà a esistere – nell’unica valuta globale, bitcoin aut similia – quello a disposizione dell’EFG).

In parole povere, la necessità dell’EFG di alimentare il Superstato a progetto si tradurrà per noi nello stimolo a produrre incessantemente reddito per vivere, e anche quando avremo raggiunto posizioni ragguardevoli, non potremo mai pensare di scegliere di vivere di rendita (a meno che non siamo nelle grazie dell’EFG), perché non vi saranno capitali disponibili a produrla. Il concetto di “metter via i soldi” per comprarmi quel vestito, quella vacanza, quell’auto, quella casa non esisterà più. Ci saremo tolti un sacco di problemi, vero? Ma allora come potremo vestirci? Semplice, compreremo tutto a debito (che, con le rate, produrrà altro cash flow), quel debito che le banche, con l’avallo della banca centrale indipendente (cioè dipendente dall’EFG) e globale (a questo tendiamo), metteranno sempre a disposizione.

Qualcuno l’avrà già letta in questo modo: loro penseranno al Capex e noi all’Opex. Non plus ultra! Avete capito come funziona la nostra nuova società? E avete capito perché una banca centrale indipendente (cioè svincolata dalla politica, o dal controllo dei cittadini, che è lo stesso) è a essa perfettamente funzionale? Una meraviglia, no? Pensate: vi verranno a dire che la nostra è una società ricca perché gira fluente un’enorme massa monetaria, mentre voi vivrete di merda passando le giornate a chiedervi perché…

 

Punto 6 – Controllo totale del grande capitale sulla politica

Insomma, il processo di “rumenizzazione” (trasformazione nella Romania, cioè in una società di schiavi consapevoli frustrati, di consumatori minimi ma irrinunciabili, con reddito di sussistenza, bassa disoccupazione, inflazione inesistente e vita a debito) cui tante volte ho accennato non è né un delirio né risulta insostenibile.

Non è che saremo senza pane e senza lavoro o reddito; il lavoro lo avremo, guadagneremo l’equivalente di 250-300 euro netti di oggi; con 100 euro pagheremo l’affitto della casa e col resto i prodotti che Sua Maestà il TTIP (capito a cosa serve e perché insistono tanto, pur nel silenzio più carbonaro?) ci metterà a disposizione a prezzi “fortemente competitivi”; il premio per l’assicurazione sanitaria sarà pagato dall’Azienda (con la A maiuscola in quanto archetipo della Mamma che provvede al Tutto) e conferito al fondo privato che farà capo allo stesso polo di EFG; per le spese più significative avremo credito a costi altrettanto competitivi, tanto il rischio-insolvenza non esisterà più perché i tassi saranno a zero e se muori tu, il debito lo ripagheranno – in comode rate – i tuoi figli e nipoti. Avremo anche l’auto – rigorosamente tedesca – perché ci sarà messa gentilmente a disposizione come benefit, insieme con la carta carburante, dall’azienda in cui lavoreremo.

Infine, nei periodi di disoccupazione potremo contare su un reddito minimo garantito che farà dormire all’EFG sonni tranquilli (sai, le rivolte per il pane sono piuttosto rumorose e di sgradevole impatto estetico). Sembra tanto il comunismo sovietico, vero? Curioso come la funzione “estremismo” sia costantemente simmetrica rispetto all’origine…

Voi dite che l’EFG non trarrebbe alcun vantaggio? Ne siete proprio sicuri? Provate a moltiplicare un reddito netto di 3.000-3.500 euro l’anno per 180 milioni di lavoratori europei (fa 540-630 miliardi di euro) e capite bene su che giro di denaro l’EFG potrà contare globalmente. Il resto dell’economia (leggi: la parte di gran lunga più proficua perché prodotta da un forte squilibrio del capitale sul lavoro) lo sosterranno le Aziende negli scambi fra loro (ovvero fra le proprietà dei membri dell’EFG) e con pochi consulenti privilegiati (top manager, esperti irrinunciabili, uomini di fiducia dell’EFG), candidati a far parte dell’EFG. Non sto parlando di nessuno di voi, ovviamente.

Quel giorno, le elezioni (come lo Stato) non saranno più necessarie; oggi l’82% dei voti andrebbero al Partito Unico dell’Euro (il famigerato PUDE, quelli per cui il ritorno alla sovranità monetaria invertirebbe la carica della materia) ed è chiaro che quando in un Paese un partito prende un po’ troppi voti, o siamo in Corea del Nord o il presidente è Kim Jong-un. Continueranno a lasciarci votare, beninteso, proprio come a Pyongyang; ammanteranno il Nuovo Internazismo di un velo d’inoffensivissima pseudodemocrazia, just in case.

A quel punto, il Superstato a progetto avrà rumenizzato il mondo e coinciderà con lo stato crepuscolare dell’umanità.

 

Conclusioni

No, non arriveremo a tanto: la Terza Guerra Mondiale spazzerà via tutto molto prima perché #laggente dormono sonni lunghi, ma quando si svegliano so’ cazzi. Pertanto, se davvero vogliamo evitare questo spiacevole finale, sarà opportuno che ci documentiamo; sarà bene che la smettiamo di andar dietro a quelli che «ma l’euro è solo una moneta»; sarà meglio che proviamo insieme a ricostruire una Società in cui la politica – leggi: il controllo del cittadino sui legittimi interessi privati – stia saldamente al disopra dell’economia e torni a costituire la base equilibrata di una convivenza civile su cui immaginare un futuro che dia un senso umano alla vita nostra e dei nostri figli.

___________________________________________________________
(1) Da una brillante considerazione de il Pedante, alias @EuroMasochismo su Twitter.

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12 thoughts on “Il Superstato a progetto e la rumenizzazione

  1. Che dire leggere di prima mattina un articolo così,in una giornata uggiosa,non rende proprio sereno e felice il risveglio,rimane la consapevolezza che non è un film,ma ciò che tutti stiamo vivendo.
    Sono ormai 4 anni che tutte le mattine,andando al lavoro vedo la fila di persone,in viale Tibaldi ,Milano la operosa Milano, davanti ai cancelli del Pane Quotidiano allungarsi sempre di più, protagonisti le più svariate etnie, ormai non c’è più distinzione tra italiani stranieri,quadri operai .
    Una omologazione della povertà,parafrasando Totò una livella,tutti più poveri senza distinzioni di categorie di censo,ovviamente tranne chi ci ha condotti scientemente sull’orlo del baratro,tali scienziati delle regole economiche, probabilmente stanno seduti comodamente nel loro bunker a poche centinaia di metri dal Pane Quotidiano,sprovvisti totalmente della minima empatia,ma adoranti del loro idolo un feticcio una moneta.
    Sacrifichiamo le nostre vite adoranti sull’altare di questo moloch.

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  2. Porca vacca, l’ho letto tutto d’un fiato. A parte l’utilizzo del solito ambiguo termine “liberismo” nella sua accezione più negativa (sarebbe più opportuno parlare di “liberismo ordinamentale” – contratto in ordoliberismo – ovvero il liberismo riservato agli amici degli amici che dettano regole stringenti per tutti tranne loro, tramite inflazione legislativa, in pratica paranazismo), devo dire lo scritto è un mirabile riassunto della situazione in atto. Grazie di averlo scritto.

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  3. Complimenti Bruno, bell’ articolo. Mi ci sono ritrovato in pieno sul discorso della (s)vendita della casa. Mi è capitato di recente per la casa ereditata da mio padre, che tra Imu, Tasi, Tari, ecc, era diventata una spesa insostenibile. E al momento di vendere sono state legnate. Oltre ad abbassare di molto il prezzo di vendita non so quanto ho dovuto pagare tra geometra e tasse per regolarizzare la situazione in catasto.

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  4. Spettacolare, complimenti! L’ho letto solo ora, ma vale la pena. Se posso dare un contributo a proteggerci dalla neolingua dell’efficientismo liberista, evitiamo le “risorse umane”, che in quanto “risorse” vengono disumanizzate, e ritorniamo a parlare di “personale”.

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  5. Mah, decine di righe per giustificare una teoria complottistica, 7 righe per enunciare geovisticamente una catastrofe (3.guerra mondiale) e 6, dico 6 righe, per accennare ad una necessita’ di fare “qualcosa“.

    Buon lavoro nella tua multinazionale che sta lavorando proprio sulla cresta dell’onda che hai descritto….

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    • Complottistica? Non capisco dove veda il complotto. Che esista un’Élite Finanziaria Globale formata dai grandi proprietari e gli amministratori di enormi multinazionali, spero sia un dato acquisito; che alcune di queste persone dispongano di risorse superiori al PIL di uno Stato medio mi pare assodato. Ora è chiaro che questi uomini e donne avranno tutto il legittimo e comprensibile interesse a massimizzare i loro profitti, a far circolare liberamente i loro capitali, e le merci e i servizi da quei capitali prodotti; non mi pare fra l’altro che esistano leggi che impongono loro di non far svalutare i salari di Stati altrui… Quindi dov’è il problema?

      La cosa grave è che la politica internazionale, ma anche a livello di singolo Stato, abbia lasciato costituirsi questi centri di potere che dipenderanno sempre e comunque soltanto dai loro diretti esecutori. E da questa considerazione discende anche ciò che bisogna fare: limitare, regolamentandola, l’espansione e la circolazione del grande capitale, cominciando con la disgregazione dell’euro e tornando a un ragionevole controllo degli scambi economici. Ne “Il tramonto dell’euro” e ne “L’Italia può farcela” trova molte pagine molto ben argomentate, dedicate a questi temi e alle relative soluzioni.

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